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MediaTech

di Daniele Carrer

Capita ogni tanto di vedere qualche dibattito televisivo sui nuovi media. In queste situazioni la platea degli invitati è composta di solito per la metà dai tipici contatti della rubrica della redazione di turno, che è la stessa che organizza i talk show politici (il che è tutto dire), e per l'altra metà dagli esperti in materia, che sono quasi sempre stipendiati dalle Aziende del web e che quindi non hanno nessun interesse ad andare oltre il marketing di loro stessi. La prima categoria di ospiti ha una competenza paragonabile a quella che dimostra l'Italiano medio quando pontifica di calcio durante una partita dei Mondiali, la seconda, invece, è mossa dall'intento di spiegare come stanno realmente i fatti tanto quanto lo è un lobbista fuori da Montecitorio il giorno dell'approvazione del documento di programmazione economica.

Queste premesse sono il motivo per cui nessuno ha mai fatto la sconvolgente affermazione che di internet, in Italia, non ci vive quasi nessuno. Premesso che sono perfettamente conscio che esistono web designer e grafici da 800 euro netti al mese che fanno quel lavoro a tempo pieno, forse più per vantarsene con gli amici che per effettiva opportunità economica, e che presto grazie alla concorrenza internazionale di siti come freelancer.com vedranno scendere ulteriormente i loro lauti compensi facendo la fortuna dei siti di cohousing, il tipico esempio da fare in questi casi è quello dei partner Youtube.

Per quanto Google obblighi per contratto a non rivelare le cifre che spettano ai produttori di contenuti, si sa che l'ammontare dei compensi è proporzionato al numero di click sulle pubblicità che appaiono nei video. Quello che posso dire con certezza, senza congetture ma per esperienza diretta, è che in media un milione di visualizzazioni corrispondono a meno di 1000 euro. Questo significa che si contano sulle dita di una mano gli Youtuber italiani che guadagnano con i loro filmati più dello stipendio di un cameriere full time. E' un modello sano di business questo?

Da addetto ai lavori trovo molto preoccupante che i produttori di contenuti televisivi, nel presupposto che gli utenti si stanno spostando da un media all'altro, non siano terrorizzati dalla consapevolezza che non potrà mai esserci un'alternativa web economicamente sostenibile a Youtube, perché la sua quota di mercato è talmente alta che sarà sempre il riferimento del settore. Lo testimoniano i portali alternativi, che in Italia sono talmente in perdita che fanno fatica a stipendiare anche solo una persona.

Per fare un esempio della trasformazione in corso, una trasmissione considerata low cost, come Mistero, che su Italia Uno è vista da poco meno di 2 milioni di spettatori, costa 100 mila euro a puntata. Se non fosse trasmessa in televisione, dove la pubblicità ha una considerazione diversa dal web, al ritmo dei guadagni che garantisce Youtube per andare in pareggio dovrebbe avere avere da 100 a 300 milioni di visualizzazioni. Mediaset, che ha sicuramente contrattato con gli inserzionisti cifre più alte per i video che trasmette sul suo sito, non potrà mai guadagnare solo dal web quanto le serve per produrre il programma visto che in materia il riferimento pubblicitario è Google che lavora su proporzioni completamente diverse. Nel canale Youtube ufficiale della Dreamworks ci sono dei cortometraggi che riprendono i personaggi dei loro film. Non serve essere dei tecnici per sapere che dietro a quei filmati ci sono decine di persone altamente specializzate. Mentre scrivo, non esistono video messi in rete negli ultimi due mesi che hanno più di 10 mila visualizzazioni, questo significa che con gli interi guadagni del canale, con un po' di fortuna, ci scappa al massimo una pizza al mese per due persone. Purtroppo il dato di fatto è che nessuno sta capendo che i produttori di contenuti video, almeno per quanto riguarda quelli in Italiano, stanno facendo la fine delle case discografiche ai tempi di Napster, senza che esistano strategie in grado di fermare il declino.

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