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Medicina
Coronavirus, perché tanti contagi al Nord? “Scudo genetico” ha protetto il Sud
(fonte Lapresse)

Uno studio realizzato da un ricercatore italiano afferma che uno "scudo genetico" ha protetto il Sud dal Coronavirus - Salute e benessere

Il Nord Italia è stato senza ombra di dubbio la parte del Paese più colpita dall'emergenza Coronavirus. Stando ai dati della Protezione Civile, ancora oggi si registra in Lombardia l'incremento più alto di contagi (+64%) e delle 8 Regioni a contagio zero ben 6 si trovano al Sud (Basilicata, Molise, Calabria, Sardegna, Sicilia e Umbria). Questa dicrepanza secondo un recente studio non sarebbe solo dovuta ad una diversa gestione dell'emergenza (qui le critiche di un noto epidemiologo sulle misure di sicurezza per la fase 2) ma anche ad una maggiore resistenza al Covid-19 da parte della popolazione del Sud Italia a livello genetico.

Coronavirus, perché tanti contagi al Nord? “Scudo genetico” ha protetto il Sud - Salute e benessere

Lo studio ‘Covid-19 e alta mortalità in Italia: non dimentichiamo la suscettibilità genetica’ pubblicato su Frontiers Immunology è stata realizzato da Antonio Giordano, fondatore e direttore dell'Istituto per la ricerca sul cancro e la medicina molecolare di Filadelfia, insieme ad altri ricercatori italiani e afferma che possa esistere una sorta di "scudo genetico" che ha protetto il Sud dal Coronavirus. “l’ipotesi è da validare prima di trarre conclusioni certe, ma è già fondata su solide basi scientifiche“, ha dichiarato l'esperto ad Adnkronos Salute.

"L’idea è che tra i fattori chiave che avrebbero contribuito a disegnare in modo tanto netto la mappa della pandemia di nuovo coronavirus in Italia ci sia anche 'un’interazione fra Dna e ambiente'. - spiega Giordano -  “l’ipotesi è che esista una forma di difesa" codificata nel DNA, "un assetto genetico protettivo” contro gli effetti più gravi del patogeno pandemico, “che dai numeri sembra più diffuso al Sud rispetto al Nord".

Coronavirus: la chiave dello "scudo genetico" sarebbe il sistema Hla - Salute e benessere

Nello specifico i ricercatori hanno descritto le caratteristiche principali del decorso clinico del Coronavirus e i possibili meccanismi molecolari che possono portare ad un esito negativo per il paziente. Inoltre, hanno studiato alcune strategie terapeutiche per contrastare il Covid-19. In particolare la loro attenzione si è concentrata sul “sul sistema Hla (antigene leucocitario umano), che ha un ruolo chiave nel modellare la risposta immunitaria antivirale, sia innata sia acquisita”. La teoria è che “uno specifico assetto genetico, costituito da particolari varianti dei geni Hla, potrebbe essere alla base della suscettibilità alla malattia da Sars-CoV-2 e della sua severità”.

Lo studio ha ipotizzato “un’altra interessante possibilità per quanto riguarda la diffusione dell’infezione in Italia in cui il Nord del Paese, dove è stata inizialmente rilevata la malattia, è stato colpito in modo più pesante. Sebbene una massiccia migrazione dalle regioni epicentro verso il Sud sia stata registrata prima del blocco nazionale, le regioni meridionali hanno registrato tassi di infezione molto più bassi”. Questa tesi sarebbe corroborata dal fatto che il Coronavirus fosse in circolazione fin da gennaio e che quindi "qualcosa" possa aver protetto gli abitanti del Sud Italia.

Coronavirus: lo "scudo genetico" potrebbe influire sulla ricerca per il vaccino e la gestione dei futuri contagi - Salute e benessere

Alcuni potrebbero pensare che il fatto che molti cittadini originari del Meridione in realtà vivono al Nord da diverse generazioni e che il fattore genetico sia quindi irrilevante. Giordano però sottolinea come esistano “complesse interazioni tra genetica e ambiente. Dobbiamo considerare anche una serie di fattori importanti che stiamo esaminando, non ultimo il possibile ruolo dell’inquinamento da polveri sottili”.

“Mentre alcuni hanno proposto che condizioni climatiche più miti potrebbero aiutare a prevenire la diffusione virale”, gli autori si sono chiesti se “una specifica costituzione genetica possa contribuire a proteggere i cittadini del Sud. “Stiamo aumentando la casistica per arrivare al dato finale”, conclude Giordano.

“L’identificazione di tali determinanti genetici sarebbe cruciale per valutare i livelli di priorità nelle future campagne di vaccinazione, per la gestione clinica dei pazienti e per isolare gli individui a rischio, compresi gli operatori sanitari”, afferma Luciano Mutti, co-autore dello studio, oncologo e professore alla Temple University di Filadelfia.

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