Non chiamiamoli semplicemente anziani. Società, sanità, cultura devono accogliere i diversamente giovani. Longevi sani, acciaccati e malati. Una realtà che interessa tutti
Gli ottant’anni di oggi non sono quelli di ieri. Non si tratta di semplice allungamento di vita ma di qualità esistenziale differente. Distinguere l’età anagrafica da quella funzionale, consente di intervenire prima che fragilità e malattie croniche prendano il sopravvento, minando così l’autonomia.
Vero pericolo prognosticamente sfavorevole. Sono circa 15 milioni, il 25% della popolazione italiana, dai 65 anni in su. Dall’inizio del 2026. Gli ultra ottantacinquenni hanno superato i due milioni e mezzo. Gli ultra centenari sono 25.000 circa. Stiamo entrando in una società nella quale la parola anziano deve essere usata con il dovuto rispetto e collocata attivamente nel contesto generale, a chiare lettere e pari diritti. “Il vecchietto dove lo metto”, potrebbe avere altre ricadute, se verranno potenziati e semplificati alcuni accorgimenti di protezione e di accompagnamento.
In altre parole l’anziano non è più quello che sta morendo o quello pieno di problemi, di farmaci e di malattie, così come eravamo abituati a vedere, ma si configura adesso secondo nuove figure, sorprendenti e gradevoli.
Un settantenne che cammina ogni giorno, viaggia, lavora, mantiene una buona massa muscolare, una vita sociale apprezzabile e piena di autonomia, si differenzia dal coetaneo fragile, sedentario, affetto da più patologie croniche, dipendente da altre persone nelle attività quotidiane. Eppure hanno la stessa età e sono cresciuti nello stesso periodo con le stesse potenziali difficoltà e facilitazione.
Nel 2025 secondo l’ISTAT 12,8 milioni di persone che vivevano in famiglia presentavano almeno due malattie croniche. Altri sette milioni di coetanei sono affetti da molteplici e contemporanee patologie che implicano inevitabilmente la limitazione dell’autonomia.
Nella fatidica prima domanda della tradizionale visita, a questo punto i medici si stanno abituando, dovrebbero chiedere anziché come sta e che disturbi lamenta, spostare la sua visione. Cosa riesce a fare? Come vive la sua giornata? Cammina autonomamente? Si alza da solo dalla sedia? Ricorda la propria terapia? Mantiene relazioni sociali? Sente e vede come prima? Si alimenta correttamente? È caduto recentemente? Riesce a fare la spesa, preparare un pasto, utilizzare i mezzi di trasporto? E gestire il proprio denaro?
Domande all’apparenza semplici con risposte per nulla scontate. Nella realtà possono raccontare qualcosa che una lunga lista di sintomi che non riescono da sole ad orientare il sanitario, ma che lo aiutano a tenere le distanze che separano la malattia dalla disabilità, senza traumatizzare un decorso che sempre più va protetto con quello che la scienza mette a disposizione.
È un modo diverso di guardare l’invecchiamento, che spazia dalla medicina a quella della sopravvivenza e della funzione, qualunque essa sia, purchè attiva e autonoma, sia pur con supporto. Prevenire in termini di salute, a settanta, ottanta o persino novant’anni non significa necessariamente cercare le stesse malattie con gli stessi strumenti utilizzati a cinquant’anni.
L’obiettivo principale è e resta l’autonomia. Una caduta. Una perdita progressiva della forza muscolare. Una terapia farmacologica diventata troppo complessa, un deficit dell’udito trascurato. Un calo della vista. Malnutrizione, isolamento sociale, iniziale deterioramento cognitivo, è così che si finisce nel tunnel, che siamo realisti, è sempre lì, in agguato.
Preservare l’indipendenza è fondamentale per una longevità gestibile adeguatamente. Evitare, fino a quando è possibile, i ricoveri negli ospedali o nelle RSA e lungodegenza. Questo accorgimento è fondamentale, per chi lo può fare. Le motivazioni affettive per continuare a combattere ci sono. Chi è stato una vita assieme ai figli ai nipoti, sono senz’altro felici di ricambiare l’affetto e i sacrifici.
Anche l’ospedale tradizionale per i loro momenti diagnostico-terapeutici, dovrebbe divenire un punto rapido di valutazione e trattamento. Una sanità alberghiera aperta, con andata e ritorno a casa nel più breve tempo possibile, laddove ancora praticabile. Anche le malattie mentali, piuttosto che in un letto di ospedale andrebbero affrontate ed organizzate in un ambito protetto e confortevole. Al bando quei ghetti aberranti, anticamera della morte. Non è questa la fine che tutti ci auguriamo per il nostro trapasso.
Quando si sta per arrivare al capolinea, tutti lo sappiamo. Giusto prepararsi nella maniera più personalizzata possibile. L’ambiente familiare nel rispetto delle volontà e delle esigenze e difficoltà crescenti, si dovrebbe adoperare per rendere meno dolorose le aspettative finali. Anche se la lucidità e gli atteggiamenti non saranno più le stesse.
Nella fase del declino, prima del capolinea, potrebbero anche essere utili, anche se non ancora operanti, delle equipe itineranti, in grado di intervenire in urgenza a domicilio. Rimedio efficace per gli inabili e certamente più economico, in grado di decongestionare il Pronto Soccorso di molti Ospedali. Dignità e rispetto, da sempre evocate, ci accompagnerebbero serenamente per l’ultimo cammino, con la speranza, anzi la certezza, che al termine di quel percorso non resteremo più soli.


