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Fragomeni: dallo Stadera al titolo mondiale, prendendo a pugni il destino

Fragomeni: dallo Stadera al titolo mondiale, prendendo a pugni il destino
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Lo sport lo ha aiutato a sfuggire ai pericoli di un’infanzia davvero traumatica e a ricostruirsi una vita nella quale essere finalmente felice. Per questo, l’esempio del pugile è diventato prezioso per tutti, anche per i detenuti del carcere di Opera
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Fragomeni: dallo Stadera al titolo mondiale, prendendo a pugni il destino

di Lorenzo Zacchetti

Il quartiere Stadera, tra viale Cermenate e Piazza Abbiategrasso, è certamente uno dei più difficili di Milano. I problemi sono di ogni tipo: criminalità, occupazione abusiva di appartamenti pubblici, case che non vengono assegnate perché al di sotto dei livelli minimi di abitabilità, un diffuso degrado e stridenti problemi di integrazione con gli immigrati, che negli anni Settanta arrivavano prevalentemente dal sud dell’Italia e oggi dalle parti meno fortunate del mondo.

Pur con l’affetto di chi vi ha trascorso parte della sua infanzia, posso dire che il solo fatto di nascere qui significa essere a rischio di devianza. Rischio che aumenta esponenzialmente se la violenza domestica e la droga fanno irruzione nella tua vita.

Questo a me non è capitato, ma a Giacobbe Fragomeni sì. Classe ’69, “Giaco” è cresciuto in un clima di terrore creato dal padre, un alcolizzato che picchiava regolarmente sua moglie Rita. Per sottrarre sua madre alle percosse quotidiane, Giacobbe è stato costretto a scagliarsi sul padre, fino a mandarlo in ospedale.

Quando il ragazzo aveva solo 21 anni, il suo genitore così violento si è spento, lasciandogli un ricordo altrettanto dirompente, come una frase di commiato decisamente fote: “Beato chi muore, in culo a chi resta”. Per i tre figli della coppia, crescere in un ambiente del genere è una corsa ad ostacoli. La sorella più grande ne è fuggita quando Giacobbe era ancora piccolo. La seconda è finita nel tunnel della droga ed è morta di Aids.

Inevitabilmente, anche Giacobbe prova un po’ di tutto, dalle “canne” all’alcool, fino alla cocaina. Nel suo percorso, però, è arrivata una svolta decisiva, attraverso lo sport. Siccome pesava addirittura 120 chili, decise di iscriversi alla palestra Doria, nella speranza che il pugilato lo aiutasse a perdere un po’ di peso.

Non si aspettava molto altro, perché aveva già 21 anni e quindi, a rigor di logica, era davvero troppo tardi per pensare ad una carriera, anche dilettantistica. A cambiargli radicalmente la prospettiva di vita è stato l’incontro con il compianto maestro Ottavio Tazzi, scomparso nel 2013.

Nell’ambiente della boxe, era detto “il nonno” per aver ereditato la guida della Doria dal fondatore Spartaco Doria e per aver poi allenato il campione del mondo Ricky Mattioli. Per Fragomeni, Tazzi è stato una sorta di secondo padre, capace di metterne in luce potenzialità fino ad allora nascoste. Il duro allenamento quotidiano ha trasformato un ragazzo a rischio in un pugile professionista, che ha iniziato a collezionare medaglie (come l’oro ai mondiali per dilettanti nel 1998), ha partecipato alle Olimpiadi di Sidney nel 2000 ed è diventato campione del mondo dei mediomassimi sconfiggendo nel 2008 il ceco Kraj al Palalido.

Per il suo straordinario percorso di vita, è stato addirittura premiato con l’Ambrogino d’Oro. Nel 2012 ha vinto il titolo WBC dei massimi leggeri al termine di un rematch epico contro il connazionale Silvio Branco: per la prima volta nella storia, il verdetto dei giudici non è stato letto,visto che il clima di forte tensione creatosi tra gli staff dei due atleti ha portato alla curiosa decisione “per ragioni di ordine pubblico” e c’è voluto un pronunciamento ufficiale della federazione per indicare in Fragomeni il campione iridato.

Trasferitosi nella provincia di Parma per sfuggire alle distrazioni della metropoli, oggi ha 46 anni, una fidanzata ed una figlia avuta da una precedente compagna, alla quale ha dato il nome della sorella scomparsa. Ha anche molti amici, tra cui Gennaro Gattuso e diversi altri calciatori del Milan, la squadra per cui tifa, insieme all’Hockey Rossoblu Milano, nonché il giornalista Valerio Esposti.

Dal loro rapporto sono nati due libri. La biografia “C’era una volta il buio: biografia di Fragomeni”, scritta nel 2009 da Esposti, e l’autobiografia “Fino all’ultimo round”, pubblicata da Fragomeni nel 2013, con Esposti come supporto tecnico per mettere in buon ordine ricordi ed emozioni. Sensazioni forti, che hanno certamente acceso la speranza di un futuro anche nei detenuti del carcere di Opera, dove la scorsa settimana è stato presentato il libro.

L’iniziativa è stata organizzata da Alessandro Giungi, consigliere comunale che presiede la Sottocommissione Carceri a Palazzo Marino ed ha trovato l’immediata disponibilità del Direttore della Casa di Reclusione, Dott. Giacinto Siciliano.

Le parole di Fragomeni, che ha raccontato senza reticenze la sua infanzia difficile e la sua rinascita sociale attraverso la boxe hanno profondamente colpito i circa 100 detenuti presenti all’incontro, che ha visto anche la partecipazione di Esposti, del giornalista Francesco Flori e di Guia Perez, della Lega Pro-Boxe.

Il Comune e la Lega hanno già donato del materiale sportivo alla palestra del carcere, dove sovente si organizzano anche incontri di calcio tra detenuti e consiglieri comunali e per il futuro si sta pensando ad un progetto sociale, nel quale la boxe diventi uno strumento di riscatto e di lotta alle difficoltà.

Da questo punto di vista, l’esempio di Fragomeni è certamente illuminante, perché il ragazzo dello Stadera si è dimostrato un vero e proprio campione, non solo nello sconfiggere gli avversari, ma soprattutto nel mettere al tappeto un destino infausto che sembrava già scritto.