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Milano

Di Valentino Ballabio da Arcipelagomilano.org 

La discussione sullo stato della “partecipazione”, riaccesa dai commenti sull’assemblea al quartiere Adriano, viene a coincidere con l’opportunità di una valutazione complessiva, diciamo un “bilancio di metà legislatura” dell’amministrazione Pisapia. La relativa distanza dalle future elezioni dovrebbe infatti consentire di ragionare, anche criticamente, sul “bicchiere mezzo vuoto” rimandando ad allora l’inevitabile e necessitato elogio del bicchiere (mezzo) pieno.

Una verifica dei possibili punti critici riguardo lo stato dell’arte, taluni dei quali sostanziali dal PGT a Expo, è stata ad esempio oggetto di un costante confronto svolto a partire dal programma del 2011 a tutt’oggi dal Forum Civico Metropolitano con cittadini impegnati sui problemi territoriali e sociali della città e dell’area metropolitana. 02ballabio40FBMa accanto al giudizio sul fatto e il non fatto è opportuno considerare i destini della “partecipazione” rispetto alla possibile delusione circa le aspettative e speranze che si erano accese con l’arcobaleno in piazza del Duomo oppure alla più o meno interessata soddisfazione per il rientro nella normalità di una corretta e ordinaria amministrazione.

Gli spunti offerti su queste colonne dal dibattito post assemblea “Adriano” appaiono interessanti per quello che è stato detto e scritto, e anche per il non detto e purtroppo forse neppure pensato. Infatti la discussione tra tutti gli interlocutori, istituzionali e non, è parsa correre lungo una filiera lineare: Assessore – Consigliere Comunale – Consigliere di Zona – cittadino “attivo” – cittadino semplice, in una sequenza up/down, ben rappresentata dalla similitudine “organicista” del rapporto istituzione/cittadinanza con quello medico/paziente.

Tale approccio, quali che siano le ragioni di ciascuno, ha tuttavia il difetto di escludere un “pensiero laterale” – negli scacchi il salto a sghembo del cavallo – che vedrebbe nell’immobilismo rettilineo dell’assetto istituzionale e amministrativo attuale la causa delle numerose disfunzioni oggettive (condizioni di disagio nei quartieri sopratutto periferici) e soggettive (ripiegamento nelle rimostranze di piccolo raggio o peggio nell’apatia e indifferenza di non pochi gruppi di cittadini). Ciò è tanto più grave a Milano dove il blocco di ogni prospettiva di seria di trasformazione verso una forma metropolitana, oltre a ostruire la riforma nel resto della regione (vedi la fuga dei lodigiani e dei monzesi) e del Paese, ricade pesantemente sulla propria possibilità di autentico e funzionale decentramento.

Resta infatti invariata la fittizia ripartizione in nove circoscrizioni di cartapesta, costrette per loro stessa ammissione a “far da tramite” tra le istanze del territorio e il potere vero, centralizzato fin dai tempi dell’annessione dei Corpi Santi e dei comuni circostanti avvenuta a cavallo dei due secoli precedenti. Utile allora a favorire i commerci dentro un’ampia “cinta daziaria” ma (a quarant’anni esatti dalla riforma Preti che abolì l’antica gabella comunale!) oggi del tutto anacronistica sia verso l’area metropolitana esterna, sia verso il proprio interno: segnatamente le zone e i quartieri periferici. I quali ultimi, privi di un riferimento politico-amministrativo costante in loco, rischiano emarginazione e abbandono, non sanati dai pur encomiabili ma isolati interventi di questo archi-star o di quel super-assessore.

Eppure basterebbe sollevare di poco lo sguardo verso i tanti medi comuni dell’hinterland e della seconda fascia che, grazie sopratutto alla assidua partecipazione reciproca tra amministratori e amministrati, hanno saputo trasformare i “quartieri dormitorio” degli anni della grande immigrazione in moderne cittadine dotate di servizi, verde pubblico attrezzato, vivace aggregazione sociale. Essi caso mai mancano dell’effetto opposto, ovvero la capacità di coordinare gli interventi e sovra-ordinare il governo del territorio, della mobilità, delle risorse ambientali. (In questo senso si segnalano particolarmente Monza e Sesto S. Giovanni, spesso ritenentesi città-stato, rinchiuse rispettivamente nel liturgico rito romano e nel nostalgico mito stalingradiano). Pertanto non si vedono, a mandato inoltrato dell’Amministrazione milanese, segni politici significativi – al di la degli ennesimi studi, consulenze, assessorati e incarichi dirigenziali dedicati – che annuncino un assetto istituzionale moderno, innovativo da noi ma ben consolidato e collaudato nel resto d’Europa.

Il destino della Città metropolitana è passivamente affidato agli improbabili conati romani di riforma istituzionale e costituzionale. Il mediocre e confuso ddl Del Rio naviga in Parlamento tra velleità di abolizione/svuotamento delle province e rocciose resistenze corporative. In ogni caso rimanda alla stesura di uno Statuto (ovviamente entro i fatidici sei mesi!) su cui a Milano e dintorni non si vede neppure l’avvio di una discussione di merito. Le pur puntuali proposte elaborate da qualche volonteroso nel corso delle “partecipative” fabbriche, officine, cantieri, ecc. delle passate tornate elettorali vengono ignorate a prescindere, in attesa della prossima chiamata alla collaborazione popolare. A proposito: esauriti con la perdurante crisi manifatturiera tutti i luoghi produttivi noti, cosa si inventerà? (salvo passare all’agricoltura: orti, serre, fioriere, ecc.).

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