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C’era una volta un Paese nel quale c’erano i magistrati onesti. Spesso ho scritto e espresso opinioni sullo stato della giustizia in Italia. Mi piacerebbe che il tema principale, ad esempio, della campagna congressuale di Orlando, persona degnissima che si candida alla carica di segretario del Partito Democratico, fosse lo stato della giustizia in Italia, considerato il fatto che è ancora in ministro della giustizia. Per lungo tempo ho provato una sorta di tragico sconforto, a vedere quali sono i rapporti tra giustizia e politica. Per me, i confini sono molto chiari. I politici non devono rubare. Se rubano, devono essere giudicati in un tempo brevissimo, sei mesi al massimo per tutti e tre i gradi di giudizio, e poi o assolti o spediti in galera. Fine. Se però i magistrati sbagliano, devono pagare. Fine. Il punto è che sui ritardi non si può dare tutta la colpa ai magistrati perché il sistema di conflitto perenne che vede la magistratura contro i politici e i politici contro la magistratura, produce un meccanismo perverso che allunga i processi, che manda alle calende greche le sentenze. Dicevo dello sconforto che ho provato per lungo tempo e che provo ancora, ma che oggi è stato allietato da una intervista di Gherardo Colombo a Repubblica. Il pm di Mani Pulite dice che se mai avesse deciso di candidarsi in qualche partito, la scelta sarebbe stata irreversibile. Il riferimento è ovviamente a Emiliano, magistrato che fa politica. Io non so se questa è la soluzione giusta. Ma è uno dei temi da affrontare: è giusto che i magistrati facciano politica, e che i politici facciano i magistrati? Non si rischia il cumulo di poteri dello stato che devono essere separati? E soprattutto: quando ci decidiamo ad aprire, ormai finito il lungo ventennio berlusconiano di guerre e ripicche, una discussione serena anche a sinistra, anche pentastellata, sull’efficacia del sistema giudiziario italiano?

