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San Siro, i motivi per cui il Tar ha affossato i ricorsi (e cosa succede adesso)

Quattro ricorsi dichiarati inammissibili e uno respinto nel merito. I giudici non sono entrati nelle questioni più delicate sull’iter di vendita, fermandosi all'”indeterminatezza e mutevolezza” dei ricorrenti. Ora resta la strada del Consiglio di Stato. Ma Inter e Milan tirano dritto

San Siro, i motivi per cui il Tar ha affossato i ricorsi (e cosa succede adesso)
San Siro

Quattro ricorsi dichiarati inammissibili, uno respinto nel merito. Il Tar della Lombardia ha chiuso così, almeno per il momento, il fronte giudiziario aperto da cittadini, comitati e associazioni contro la vendita di San Siro a Inter e Milan. Una decisione che non entra, nella maggior parte dei casi, nel cuore delle contestazioni sollevate contro l’operazione, ma che affossa comunque le iniziative presentate negli ultimi anni e lascia campo libero al cronoprogramma del nuovo stadio. Il punto centrale delle sentenze è infatti soprattutto processuale. Come ricostruisce Il Giorno, il collegio presieduto da Stefano Mielli ha accolto le eccezioni sollevate dalle difese del Comune di Milano e dei due club sull’identità e sulla composizione dei ricorrenti, ritenute cambiate più volte nel corso del giudizio.

Perché quattro ricorsi sono stati dichiarati inammissibili

Il Tar non ha quindi esaminato nel merito alcuni dei nodi più rilevanti sollevati dagli oppositori del progetto: dalla correttezza dell’iter amministrativo alla compatibilità della legge Stadi con la Costituzione e il diritto europeo, fino alla questione del vincolo sul secondo anello del Meazza. A fermare tutto prima è stata quella che nelle sentenze viene definita l’”indeterminatezza e mutevolezza soggettiva dei ricorrenti”. Nei diversi passaggi processuali, infatti, sarebbero cambiati i soggetti formalmente coinvolti: alcuni ricorsi originari facevano capo a decine di cittadini, mentre nei successivi motivi aggiunti comparivano nuove persone o formule come “Gabriella Bruschi e altri” e “Luigi Corbani e altri”.

Per i giudici questo non è un semplice vizio formale. Nei ricorsi collettivi deve essere possibile identificare con precisione chi agisce e verificare che i diversi ricorrenti abbiano interessi omogenei e non in conflitto tra loro. L’incertezza sull’identità delle parti, secondo il Tar, impediva proprio questo controllo. Da qui il giudizio particolarmente netto contenuto nelle motivazioni: la variabilità dei ricorrenti sarebbe tale da alterare il corretto funzionamento del processo e da tradursi in una forma di “abuso del processo”.

Il caso Fedrighini: l’unico ricorso esaminato nel merito

Diversa la sorte del ricorso del consigliere comunale del gruppo Misto Enrico Fedrighini, l’unico che il Tar ha valutato anche nel merito. Fedrighini aveva contestato la delibera finale del 29 settembre 2025 che aveva dato il via libera alla vendita, oltre ad alcuni passaggi della discussione consiliare: la convocazione delle commissioni, un sub-emendamento presentato in aula e la decisione della presidente del Consiglio comunale Elena Buscemi di dichiarare decaduti gli emendamenti non ancora esaminati. Il Tar ha però ricordato che, in linea generale, un consigliere comunale non può utilizzare il giudice amministrativo per contestare semplicemente una decisione politica assunta dall’ente di cui fa parte. Perché il ricorso sia ammissibile deve esserci una concreta lesione delle prerogative del consigliere. Nel caso specifico, i giudici hanno ritenuto non dimostrata né la violazione delle norme regolamentari né una reale compressione delle funzioni di Fedrighini. Anche quest’ultimo ricorso è stato quindi respinto.

Cosa succede ora: resta il Consiglio di Stato

La partita giudiziaria, comunque, non è necessariamente chiusa. Il Comitato Sì Meazza ha già annunciato l’intenzione di rivolgersi al Consiglio di Stato contro le sentenze del Tar. Il secondo grado della giustizia amministrativa rappresenta quindi il prossimo possibile terreno di scontro. Nel frattempo, però, le decisioni del Tar restano pienamente efficaci e non bloccano l’operazione. Per Comune, Inter e Milan si tratta dunque di un passaggio importante: viene meno, almeno in questa fase, uno degli ostacoli giudiziari più rilevanti al percorso avviato con la cessione dell’impianto.

Inter e Milan tirano dritto: progetto entro un mese

I due club non hanno commentato le sentenze, ma non intendono modificare il calendario già fissato. Entro circa un mese dovrebbe essere presentato il progetto del nuovo stadio firmato dagli architetti Norman Foster e David Manica. L’impianto sorgerà nell’area accanto all’attuale Meazza, avrà due anelli e una capienza prevista di circa 71.500 spettatori. L’avvio dei lavori resta programmato per il secondo semestre del 2027, con l’obiettivo di completare il nuovo stadio entro il 2031. Il traguardo è arrivare in tempo ai collaudi richiesti dalla Uefa in vista degli Europei del 2032.

Il vecchio Meazza resterà fino all’apertura del nuovo impianto

San Siro, intanto, continuerà a ospitare le partite di Milan e Inter fino a quando il nuovo stadio non sarà utilizzabile. Solo successivamente inizierà la demolizione quasi totale del Meazza. Secondo il progetto attuale dovrebbero essere conservate una parte della Curva Sud e della tribuna arancione, da integrare nella rifunzionalizzazione complessiva dell’area. Questa fase è prevista tra il 2031 e il 2032, mentre il completamento dell’intero intervento sul quartiere dovrebbe arrivare entro il 2035.

La sentenza del Tar, dunque, non mette definitivamente la parola fine ai ricorsi. Ma sposta nettamente in avanti il progetto: mentre gli oppositori preparano il secondo grado davanti al Consiglio di Stato, Inter, Milan e Comune possono proseguire con progettazione e calendario dei lavori.