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Milano
Tutti i pretendenti. Ok i politici, i manager con poche chances. Inside

di Fabio Massa

Eccoli, quindi, tutti i nomi. Quelli veri e quelli falsi. Quelli probabili e quelli impossibili. I politici di marca Pd: Lele Fiano, Pierfrancesco Majorino, Pierfrancesco Maran, Ivan Scalfarotto, Maurizio Martina, Alessia Mosca, Lia Quartapelle. I civici: Umberto Ambrosoli. L’outsider (unico certo perché l’ha dichiarato urbi et orbi su Facebook) Roberto Caputo, socialista, con vocazione minoritaria ma battagliero sulle idee. I manager/vip: Giuseppe Sala, Ferruccio De Bortoli, Andrea Guerra, Francesco Micheli.

Una valanga di nomi, che se si votasse per le primarie e se ci fossero tutti ci sarebbe da fare una scheda piegata in 12. E allora, secondo quanto può riferire Affaritaliani.it, iniziamo la scrematura. Si è vociferato di Francesco Micheli. Finanziere, voluto da Matteo Renzi nel cda della Scala, l’ex sindaco di Firenze l’avrebbe voluto vicepresidente. Invece il combinato disposto Carluccio Sangalli-Giuliano Pisapia lo relegano in una posizione di consigliere “semplice” per promuovere Bruno Ermolli. Il problema di Micheli? E’ nato a Parma il 19 ottobre 1937. Dura fare una campagna a 79 anni, malgrado le esperienze ci siano eccome: dalla corruzione di una guardia a Mathausen per far scappare gli amici alla Borsa del 1959 sotto la guida di Rovelli. Poi c’è Andrea Guerra. L’età è quella giusta (è del 1965). La collocazione politica pure. Gli piace l’editoria (è tra gli azionisti dell’Inkiesta), ma soprattutto, come ad ogni buon manager, gli piacciono le aziende che funzionano. Attualmente è consigliere strategico di Matteo Renzi per le politiche industriali e le relazioni con la business community dopo l’immenso scazzo con Leonardo Del Vecchio in Luxottica. Vorrà fare il sindaco di Milano, per “quattro” soldi (poco più di 200mila euro, lui che è abituato a guadagnare milioni) e un sacco di grane? Considerando che è nato a Milano, potrebbe anche essere. Poi c’è Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera. Lui aspira a candidarsi con il centrosinistra da sempre. Nel 2010, in piena febbre primarie, il tam tam era talmente forte (e pure i sondaggi, in privato), che dovette smentire. Il problema di De Bortoli, raccontato da chi lo conosce bene, è che non gioca se non è sicuro di vincere. E vincere nelle primarie non è affatto scontato. I giornali sono roba complessa, i quartieri popolari ben di più. E le segreterie di partito, beh, in confronto il cdr fa loro un baffo. Più probabile per lui uno spazio a destra, dove ci sono praterie. Giuseppe Sala è invece un caso a parte. Lui sarebbe un buon candidato e per la destra e per la sinistra. Serio direttore generale sotto la Moratti, serio dirigente d’azienda in A2A, serio supermanager di Expo, il suo futuro è legato a un avviso. Quello di garanzia. Se riuscirà ad evitare quello che tutti pronosticano e nessuno sa, in una esposizione che rischia di essere un massacro per chi l’ha fatta, è uno dei candidati naturali. A proposito: ha annunciato che va in Patagonia per una vacanza appena finita Expo. Vorrà davvero impegnarsi nella durissima campagna delle primarie? Ovviamente punto a favore di tutti i candidati "manager" c'è la capacità di impegno di spesa. Secondo quanto può riferire Affaritaliani.it, tra primarie e candidatura alle elezioni ci vogliono circa 3 milioni di euro. Il partito nazionale, alle comunali di Bergamo, ha mandato poche migliaia di euro. Malgrado l'efficientamento voluto da Bussolati, malgrado la probabile festa nazionale del Pd proprio a Milano, difficile che il partito possa arrivare alla cifra di 3 milioni. Che invece sono nelle disponibilità personali di tutti i nomi fin qui fatti.

Poi ci sono i politici. E qui il discorso si fa rapido, rapidissimo. Umberto Ambrosoli? Spera nel buon risultato ottenuto alle Regionali, grazie all’appoggio dei civici, che però oggi sono spaccati tra “civici di destra e civici di sinistra”. E poi, i bene informati sanno che una cosa è correre da candidato unico, una cosa è correre contro candidati veri (non ce ne voglia la simpaticissima Alessandra Kustermann, outsider di lusso). Pierfrancesco Maran ha sempre detto agli amici che non vuole essere della partita. Lia Quartapelle, che qualcuno avrebbe voluto ministro, pare stia per adesso fuori dai giochi. Ivan Scalfarotto? Bel nome, ma con Milano c’entra davvero poco. Stesso discorso per Maurizio Martina, segretario del Pd lombardo che quando parla conserva l’accento bergamasco. Tutto può essere nella vita, ma perché andare a pescare fuori dalla città, quando ci sono esponenti validi anche sotto la Madonnina? Poi c’è Alessia Mosca: bel nome, spendibile. Anche qui, però, nella classe dirigente del Pd locale ci sarebbe un grande percorso da fare. Alla fine rimangono Pierfrancesco Majorino e Lele Fiano. Due che ieri, a ridosso dell’annuncio di Pisapia, contattati da Affaritaliani.it, hanno resistito strenuamente e hanno fatto solo dichiarazioni di circostanza, seppur provenienti dal cuore. Loro ce la possono fare. Ricordando che chi entra papa, in certe partite, esce cardinale.

@FabioAMassa

Tags:
milanopisapiacandidature







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