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Politica

Il progetto Renzi-Berlusconi, di cui tanto si parla, sembra includa l'abolizione del Senato come parte del bicameralismo perfetto: un sistema su cui val la pena di spendere qualche parola.
Col bicameralismo perfetto il Parlamento è diviso in due rami, e ciascuno di essi ha gli stessi poteri dell'altro: sicché una legge, per essere valida, deve essere approvata da ambedue le Camere nell'identico testo. Ciò significa che qualcuno ha l'idea di una nuova normativa, quell'idea diviene un progetto di legge, il progetto viene studiato dai competenti del suo partito, e se la coalizione cui il partito appartiene lo accetta, il testo passa alla competente Commissione Parlamentare. Quando la Commissione lo vara, il testo passa alla Camera, che lo discute, lo emenda, e alla fine lo approva. Il profano pensa che questa sia la fine dell'iter ma si sbaglia: a volte è l'inizio. La legge è infatti inviata al Senato il quale la discute, cambia qualcosa, e infine la rimanda alla Camera. Questa la discute ancora, cambia anch'essa qualcosa, magari perché scontenta dei cambiamenti effettuati dal Senato, e alla fine rinvia la legge al Senato. Finché una delle due Camere, magari per stanchezza, l'approva così come le è stata passata dall'altra. Tutto ciò ritarda enormemente i lavori legislativi.
Abolendo il Senato (o almeno togliendogli il diritto di interloquire nelle leggi, che è pressoché la stessa cosa) si renderebbe tutto molto più veloce: ed è ciò che vorrebbero Renzi e Berlusconi. Purtroppo sono possibili alcune obiezioni. Quando in America era in discussione la Costituzione, pare che Washingon abbia detto a Jefferson che i costituenti avevano creato il Senato per raffreddare la Camera legislativa "proprio come un piattino era usato per raffreddare il tè bollente". E anche da noi il sistema lento e macchinoso che risulta dal bicameralismo perfetto è stato probabilmente voluto dai nostri padri costituenti per mettere l'Italia al riparo dai colpi di testa dei parlamentari. Infatti l'altra Camera ha la possibilità di correggere l'errore. È vero che i nostri politici ne hanno approfittato per ritardare quanto più è possibile i provvedimenti sgraditi, oppure per manifestare il loro solito e stupido anelito di perfezione, ma nessuno è al riparo dall'uso distorto di una buona istituzione.
Noi italiani, per giunta, concepiamo la vita politica come una partita di calcio in cui si fischia o si applaude senza alcun rispetto per la verità. Sicché all'occasione i parlamentari approfittano di un cavillo dei regolamenti, o della momentanea assenza di qualche parlamentare della maggioranza,  e li usano come arma impropria. Il risultato è stato spesso una semiparalisi del Parlamento che ha reso comprensibile la voglia di togliersi una Camera dai piedi. Ma le obiezioni rimangono. La prima - e la più ovvia - è che la Costituzione del 1948 ha tenuto conto della natura degli italiani e questa natura non è cambiata. Il bicameralismo è lento ma il monocameralismo impedirebbe di correggere un errore o di mettere rimedio a un colpo di mano. La seconda obiezione è che, se il problema è la velocità, questo obiettivo si può raggiungere con altri mezzi. È vero che il rimpallo fra i due rami del Parlamento è defatigante, ma è anche vero che il ping pong (per non parlare di un eventuale ping pong ping…) potrebbe essere risolto fermandosi al primo pong. La Camera vota una legge, il Senato la emenda (o viceversa), ma a quel punto l'iter si ferma. Insomma si permette un solo riesame.
Naturalmente qualcuno obietterà che così una Camera dovrà accettare senza fiatare gli emendamenti votati dall'altra, cioè una legge che magari essa reputa "difettosa". Ed è vero. Ma l'obiezione vale anche per la situazione attuale. Infatti, quando cessa l'andirivieni tra Camera e Senato, è segno che una delle due Camere ha deciso di ingoiare il rospo delle ultime modificazioni dei colleghi. E allora, non si potrebbe limitare il ping pong a un solo ping e a un solo pong? Alla fine c'è sempre un rospo da ingoiare.
Molto più importante è abolire i Senatori a vita. O almeno togliere loro il diritto di voto. Per decenni essi sono stati sempre di sinistra, e già questa è un'anomalia. Poi hanno votato (naturalmente sempre a sinistra), soprattutto quando si è trattato di sostenere un governo che senza di loro sarebbe caduto, e questo è stato uno stravolgimento della volontà popolare. Nella nostra Repubblica la sovranità appartiene al popolo, non al Presidente che nomina quei senatori.
In conclusione le finalità del progetto renziano sono condivisibili, i mezzi per attuarli si potrebbero discutere.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

 

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