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Politica

Di Antonino D'Anna

Si è definito come "la fine del vecchio e l'inizio del nuovo". Di più: il pontificato di Joseph Ratzinger ha sfatato una serie di miti che un tempo facevano parte di un certo modo di fare ed essere Chiesa. E che adesso possono portare ad un futuro nel quale potranno avvenire innovazioni di ampio respiro.

Il primo mito sfatato dal Papa è - se c'è ne fosse ancora bisogno - quello del Papato di transizione: con Benedetto XVI l'ipotesi del l'elezione di un Papa anziano capace di dare respiro alla Chiesa dopo lunghi pontificati, in fondo incaricato di benedire la gente e far segnare il passo alla Barca di Pietro, è definitivamente tramontata. Del resto, per tenerci solo al secolo appena passato, Giovanni XXIII fu eletto proprio a questo scopo dai cardinali nell'ottobre del 1958. Poco meno di due mesi dopo, il 25 gennaio 1959, il Papa bergamasco annunciò ai cardinali l'indizione del Concilio Vaticano II. I porporati accolsero la notizia nel più gelido (ed eloquente) silenzio. Allo stesso modo, ma con reazioni molto più emotive (su tutte quella del cardinale Decano, Angelo Sodano), Ratzinger pone fine al suo papato con un gesto più che clamoroso e che cambia - o può cambiare - la vita stessa della Chiesa. Un gesto simile, lo abbiamo scritto a botta calda e lo ripetiamo adesso, mette in discussione il modo di essere e fare il Papa. Che come uomo può scegliere di rinunziare al suo mandato se le sue forze non gli consentono di governare la Chiesa come vorrebbe. Peter Seewald, che ha raccolto le parole di Benedetto in "Luce del mondo", il libro del 2010 in cui Ratzinger ha per la prima volta parlato di dimissioni, ha dichiarato - riporta oggi il Corriere - di aver trovato il Papa dimagrito, con un occhio in condizioni non buone, esile nella persona. Forse chi lo accosta erroneamente a Giovanni Paolo II dovrebbe passarsi una mano sulla coscienza.

Il secondo mito sfatato dal Papa, ovviamente, è quello della sua invulnerabilità, della sua posizione pinnacolare e di "perfetta solitudine", come ebbe a osservare Paolo VI. Per secoli abbiamo visto pontefici governare da soli la Chiesa. Sono emblematiche le parole di Pio XII, nel quale l'idea di Papa inteso come "principe di Dio" e monarca davvero assoluto giunse a compimento: "Non voglio collaboratori, ma esecutori". Dopo Ratzinger sarà più difficile udire queste parole e l'episcopato mondiale sarà incoraggiato a collaborare maggiormente col Papa, spingendo su quella collegialità dell'esercizio del ministero petrino che il Vaticano II ha proposto ma che ad oggi è espressa solo dal Sinodo dei vescovi, con poteri nulli o quasi. In altre parole, il Papa dimissionario ha introdotto nel dibattito sulla forma e riforma della Chiesa un tema nuovo e per se stesso rivoluzionario. Che nel giro di 30-40 anni (relativamente poco per i tempi della Chiesa) potrebbe portare ad un nuovo Concilio. Nel quale le idee di Ratzinger e quelle di Carlo Maria Martini potrebbero trovare una felice sintesi, con sorpresa di tanti.

Il terzo mito sfatato è quello del conservatorismo di Ratzinger. In realtà questo Papa, lo abbiamo detto in occasione del suo 85° compleanno, è stato un cauto seminatore. Che ha cercato prima di tutto di superare la divisione e contrapposizione tra fedeli pre e postconciliari. Ha proposto un'interpretazione del Vaticano II come momento di continuità e non di rottura nella vita e storia della Chiesa, cercando inoltre di avvicinare i fedeli più tradizionalisti col motu proprio Summorum Pontificum del 2007 nel quale ha autorizzato la celebrazione della Messa in Latino. Un gesto che non ha causato grossi traumi: ha invece suscitato non poche polemiche il dialogo con i lefebvriani che si è tradotto in un nulla di fatto, salvo la remissione della scomunica ai vescovi illecitamente ordinati da Lefebvre nel 1988. Tra cui il reverendo negazionista Richard Williamson, poi cacciato dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X (nome ufficiale dei lefebvriani).

Ora il problema delle dimissioni di un Papa pone domande che vanno ben al di là del vestito che indosserà o del suo appellativo. Il punto, oltre allo sviluppo di dinamiche che potrebbero portare eventualmente a un Concilio, è che un Papa è vescovo, e dunque padre e pastore della sua diocesi, ossia Roma. Ma anche del mondo; e vale per lui il quesito che qualche canonista si pone: si può smettere di essere padri e pastori dopo aver lasciato la propria diocesi? No: e tanti vescovi 75enni appena pensionati (75 anni è l'età in cui i vescovi devono obbligatoriamente dimettersi, salvo eventuale proroga) sono ancora in condizioni fisiche e intellettuali per rendere un buon servizio. Si pensi al cardinale Dionigi Tettamanzi, già papabile nel 2005 ed ex Arcivescovo di Milano, richiamato a fare l'Amministratore apostolico (una sorta di vescovado "tecnico", se ci passate la battuta) in attesa della nomina del nuovo Vescovo di Vigevano. E se domani un Papa dimesso ma ancora in salute chiedesse di essere messo a disposizione del successore per fare l'Amministratore apostolico di regioni intere del cattolicesimo? È una provocazione, d'accordo: ma è uno dei segni dei tempi che Benedetto XVI ci ha offerto. Toccherà alla Chiesa saperli interpretare.
 

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