Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Politica » Il tramonto di Berlusconi

Il tramonto di Berlusconi

Da quando, oltre vent’anni fa, irruppe sulla scena, azzerando il sicuro trionfo dell’ex Pci, Silvio Berlusconi è stato un grande protagonista della politica italiana. L’uomo è stato fatto oggetto di una guerra tanto spietata quanto sleale, giocata su tutti i registri possibili, inclusi i più miserabili, ma di questo si occuperà la storia. Per il momento, visto che, anche se ottantenne, è ancora vivo, bisogna pure occuparsi del suo fine partita. Perché non tutti i vecchi sono uguali.

L’atleta che corre i cento metri in dieci secondi non può ignorare il passaggio del tempo, non più di quanto una bella attrice di cinquant’anni possa spacciarsi per ventenne. Ci sono qualità che hanno la scadenza incorporata. Ma per le qualità intellettuali le cose vanno diversamente.

Chi si adagia in un quieto vivere fatto di routine, di ovvietà, di ripetizione del già noto, ed è restio a cambiare le sue abitudini, se non provoca l’atrofizzazione del cervello, certo ne pregiudica le prestazioni. I sintomi della sua vecchiaia sono piuttosto chiari.. Se gli dicono che uno strumento è migliore di quello che ha, si vanta di rimanere fedele al passato. Ci sono distinti signori che non soltanto hanno rifiutato di usare un computer, ma mostrano con orgoglio la loro stilografica d’oro.

Questo atteggiamento è esiziale per l’agilità mentale. Il giovane imbocca una strada magari soltanto perché l’hanno aperta da poco, il vecchio impreca se è costretto ad una deviazione. Il giovane scopre nuovi panorami, il vecchio scopre che se la cava sempre meno. E ci sono vecchi che sono tali sin da giovani e giovani che sono tali anche da vecchi.

Chi è abituato ad usare quotidianamente il cervello per problemi complessi e in continua evoluzione, ha un’agilità mentale che molti giovani potrebbero invidiargli. Per un ventenne, con i suoi ottant’anni Berlusconi è un matusalemme, ma in realtà è uno perfettamente in grado di competere con lui. Non nella corsa, certo, e neppure nella bellezza, ma sicuramente nelle attività intellettuali. Valutare le ipotesi, decidere con coraggio, se del caso innovare – sorprendendo e battendo i giovani sul loro stesso terreno – sono cose che non dipendono dai muscoli. È vero che Berlusconi si è ingenuamente rifiutato di invecchiare, nell’aspetto, fino a tingersi i capelli e farseli trapiantare, ma nel cervello non ha nessun bisogno della chirurgia plastica. Oggi è più lontano dal potere di quanto sia spesso stato, in passato, ed è vero che il suo partito gode di minori consensi, ma il malcelato godimento con cui tanti parlano del suo tramonto, della sua insignificanza, ed anche della sua fine, mostra che è stato ed è veramente un gigante. Nessuno oggi si strapazza a parlare di Achille Occhetto, della decadenza politica di Massimo D’Alema, che tuttavia non è certo stato l’ultimo venuto, e neppure della scomparsa di Romano Prodi. Per non parlare dei mille “Gianfranco Fini”, più o meno importanti, che hanno provato a sbarrargli la strada e sono finiti nella pattumiera della storia. Gente che ha creduto fosse giunto il momento di pugnalare Cesare e s’è ritrovata fuori gioco, mentre Berlusconi è sempre sul proscenio, vivo e “kicking”, come direbbero gli inglesi.

D’accordo, non è più importante come un tempo. Ma quanti dei suoi avversari lo sono ancora? Di Pietro – quello che doveva “sfasciarlo” – è finito nell’archivio del folclore. L’ipersinistra che dell’antiberlusconismo aveva fatto una religione oggi non conta più nulla. La ruota della storia, possentemente e slealmente aiutata da chi ha usato contro il Cavaliere un potere destinato a ben altri scopi, ha girato per oltre un ventennio, ma il suo tramonto è ancora rosso fuoco, mentre per la maggior parte degli altri si deve decidere se quel colore, ad ovest, deve chiamarsi grigio o nero.

È lecito parlare della fine di Berlusconi perché la fine ci attende tutti, ma bisogna farlo con ammirazione. E senza meravigliarsi dei colpi di coda di un cervello vigile e coraggioso, capace di spiazzare chi, come un Salvini o una Meloni, potrebbe essere suo nipote.

La lealtà e la generosità sono il marchio delle grandi anime. Dopo avere messo la carica esplosiva sotto la “Valiant”, Luigi Durand de la Penne rifiutò di dire dov’era, indicò l’ora dello scoppio e invitò a salvare l’equipaggio. Charles Morgan, il comandante, per indurlo a salvare la nave, lo rinchiuse in un locale adiacente al deposito munizioni e de la Penne si rassegnò a morire. Ma Morgan lo salvò lo stesso. E quando infine, dopo la guerra, Durand de la Penne fu decorato di medaglia d’oro, chi gliel’appuntò sul petto fu lo stesso Charles Morgan.

Ecco un modo di combattere diverso da quello cui ci hanno fatto assistere gli avversari di Berlusconi.

pardonuovo.myblog.it