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Politica

di Gianni Pardo

La convocazione dell’ufficio di presidenza del Pdl, cui i “governativi” del partito hanno deciso di non partecipare, potrebbe essere il punto di svolta in direzione della scissione. Si può prescindere dai vari passaggi tecnici per andare all’essenziale. Le vicende del Pdl, salvo errori, somigliano all’accanimento terapeutico di chi tiene in vita un malato dall’encefalogramma piatto. Per una volta Hegel potrebbe avere ragione: tutto ciò che è reale è razionale, e tutto ciò che è razionale è reale. Nel senso che se una cosa è assurda non può essere vera, e se un’affermazione è razionale, cioè fondata sui fatti, finisce col dimostrarsi vera. Quando i cosiddetti “governativi” del Pdl si sono dimostrati disposti ad uscire dal partito pur di sostenere Enrico Letta; quando in particolare si sono dimostrati disposti ad opporsi frontalmente a Berlusconi, la frattura si è consumata e il resto sono commenti. I ribelli sanno benissimo che il Capo, se gli sarà possibile, gliela farà pagare. E il Capo, a sua volta, sa benissimo che i ribelli sono coscienti di avere ben poco da perdere. Una volta che si sono dichiarati per il governo piuttosto che per il loro partito, devono contentarsi di ciò che hanno ottenuto. Rimarranno ministri, rimarranno senatori, faranno proseguire la legislatura (non si sa per quanto tempo) ma nient’altro. Un po’ come Gianfranco Fini che, dopo essersi scontrato frontalmente con Berlusconi, si è aggrappato disperatamente e finché gli è stato possibile alla poltrona di Presidente della Camera: l’ultima cosa di cui avrebbe beneficiato. Ora Berlusconi vuole sostanzialmente sciogliere il Pdl e, per far nascere la nuova “Forza Italia”, ne ha azzerato le cariche. Alfano naturalmente ha perso la segreteria. È vero che per allettarlo il Cavaliere gli ha promesso la vicepresidenza del nuovo partito, ma chi può garantire che, abbandonata una poltrona, poi se ne trovi un’altra? E chi garantisce al giovane Angelino che in seguito i colleghi lealisti l’accetteranno ancora come loro rappresentante? La gente crede che la scissione di un partito si abbia quando diviene un grande titolo sui giornali, in realtà quando la si annuncia si è già verificata da tempo. Agli alleati possono perdonarsi una gaffe, un errore, una mossa sbagliata, ma un tradimento che può decidere le sorti della guerra no. Da quel momento, quand’anche si combattesse ancora qualche battaglia insieme, si saprebbe che non ci si può fidare l’uno dell’altro. Anche se rientrano nei ranghi, i ribelli rimangono inaffidabili, perché hanno tradito; i lealisti a loro volta saranno inaffidabili perché in qualunque momento potrebbero fare le loro vendette. Ora pare che i “governativi” abbiano raccolto le firme di coloro che sono disposti a rompere con la maggioranza del Pdl, mentre anche all’interno di questa maggioranza ci sono persone che raccolgono firme per sapere su quali numeri si può contare. Questo corrisponde a schierare le truppe lungo le frontiere, per uno scontro fissato per dicembre, quando si terrà il Consiglio Nazionale. È un organismo pletorico, composto da circa ottocento persone, e il suo orientamento misurerà la consistenza delle fazioni. Comunque pare impossibile che si possa scongiurare la scissione. Il due ottobre Berlusconi ha fatto l’impensabile per tenere unito il partito, fino a farsi ridere dietro, ma è stato lo stesso un errore, probabilmente. Perfino riguardo a Dio Onnipotente, nel Medio Evo si è discusso se potesse fare l’impossibile, arrivando alla conclusione vagamente comica secondo cui: “Dio potrebbe farlo ma non lo fa”. Forse dimostrandosi più saggio di Berlusconi. Attualmente bisogna prendere in considerazione l’ipotesi che il Pdl esca dalla maggioranza e il governo resti in carica perché sostenuto da una ventina di senatori dissidenti. Ma sarà un governo “parlamentare” che avrà la maggioranza in Senato ma non nella nazione. Al potere ci sarà un monocolore Pd, a governare in un momento difficilissimo, con i due terzi del Paese all’opposizione. Situazione scomoda e forse nemmeno solida. “Forza Italia” al contrario potrebbe avere l’occasione per rifarsi una verginità. Avendo abbandonato il governo, quando sarà farà una campagna elettorale denunciando gli infiniti guasti dell’attuale gestione e farà seriamente concorrenza al M5S come nocciolo intorno a cui coagulare la protesta del Paese. Si dichiarerà il partito dei liberali contro i comunisti, dell’Italia contro i burocrati di Bruxelles e gli egoisti di Berlino. Parlerà della sovranità del Paese e di una coraggiosa uscita dalla depressione. Magari sarà pura demagogia, dal momento che per anni tutto il nostro mondo politico non ha messo in discussione l’euro, Maastricht e in generale Bruxelles, ma potrebbe funzionare alla grande. Berlusconi personalmente non è un leader “finito”, è un leader che è stato “finito”. Tuttavia potrebbe lasciare in eredità al suo partito le premesse per ripartire per una nuova stagione, dopo che questa si sarà conclusa nella valle di Giosafat.

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