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Politica
Chico Forti e il “diritto” di essere italiano secondo Costituzione

Di Angelo Lucarella

Il caso è di portata molto delicata sia sul piano umano che giuridico.

Figuriamoci, quindi, sul piano politico.

La politica in quanto tale, però, non deve farsi condurre in tentazione al fine di far proprio un risultato che, di contro, appartiene alla forza del diritto.

L’innocenza o meno di Chico Forti appartiene a tutti noi?

Certo che lo è, ma senza presumerne (come paese) di avere verità in mano che non ci sono concesse.

Ad oggi il fatto (penalmente) ufficiale è che esiste una condanna maturata negli Stati Uniti d’America.

Giusta o meno che sia questo non tocca alla politica stabilirlo.

Ne va non solo della credibilità internazionale dell’Italia, ma del grande lavoro (e della dignità di quest’ultimo) messo in campo dalla famiglia di Chico Forti.

Stando alle parole del Ministro degli Esteri, rivolte alla stampa all’indomani della notizia di trasferimento in Italia del nostro connazionale trentino, risulta necessario fare chiarezza su due aspetti.

Il primo se tale risultato per Chico Forti sia giunto per effetto dell’arte politico/diplomatica bypassando, in un certo senso, il diritto internazionale e la Costituzione; il secondo, ovviamente, è il contrario (quindi nulla a che fare il tutto con un presunto pressing dialettico della Farnesina nei confronti degli USA).

Ci sono due elementi (di base) del diritto che sono insuperabili: si tratta dell’art. 10 della Costituzione italiana e dell’art. 3 della Convenzione internazionale di Strasburgo del 21 marzo 1983.

Per la nostra Carta fondamentale l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale riconosciute.

Ora, a stabilire la condizione di riconoscimento del diritto di Chico Forti ad essere traferito in Italia, al fine di consumare la propria condanna statunitense, è proprio l’accordo internazionale menzionato e datato di ben 37 anni circa.

È l’effetto della c.d. Convenzione sul trasferimento dei condannati la quale, appunto, sancisce che “Una persona condannata sul territorio di una Parte può, conformemente alle disposizioni della presente Convenzione, essere trasferita nel territorio di un’altra Parte per subirvi la condanna inflittale. A tal fine può esprimere, sia presso lo Stato di condanna, sia presso lo Stato di esecuzione, il desiderio di essere trasferita in virtù della presente Convenzione”.

In base a quanto appena riportato, considerando altresì che solo nel 2019 la famiglia di Chico Forti annunciò la volontà - desiderio affinché fosse traferito in Italia (come da stampa dell’epoca), gli Usa hanno semplicemente dato attuazione ad una norma di diritto internazionale interagendo, evidentemente, con il nostro paese. Interazione che, date le norme della Convenzione stessa, avviene non già tra Ministeri degli Esteri, salvo diversa dichiarazione dello Staro al Segretario Generale del Consiglio d’Europa, ma tra Ministeri di Giustizia (e si badi bene anche che il potere esecutivo è di diversa natura e matrice tra Italia e Stati Uniti d’America).

Ciò sta a significare che l’operazione di trasferimento di Chico Forti non attiene all'ambito politico/diplomatico in senso stretto, ma al come il soggetto competente abbia posto in essere quanto previsto dal Trattato: quindi trattasi di ambito giuridico-diplomatico al massimo (che sta nell’ordinaria amministrazione di uno Stato di diritto).

La politica proprio non c’entra e non dovrebbe neanche affacciarsi al “balcone pontificale” in casi come questo.

Non si comprende (volendo per un attimo fare gli gnorri) perché mai la Farnesina, tramite il Ministro degli Esteri, abbia trasmesso all’opinione pubblica una diversa interpretazione della questione facendone passare, mediaticamente, il risultato come fosse di esclusiva matrice politica.

Qual è il reale significato di quanto detto dal Ministro Di Maio (ammesso che ve ne sia uno taciuto)?

Esiste un lavoro politico alle spalle (maggiore rispetto ad altri casi traducendosi il tutto come un superamento, addirittura, delle logiche diplomatiche stesse) oppure si tratta di una infelice non conoscenza (ad essere buoni) delle dinamiche internazionali?

A seconda della validità di una delle due, allora, ci sarebbe di grave che o l’Italia (date sempre le parole del Ministro Di Maio) disconoscerebbe implicitamente la forza del Trattato internazionale oppure il Ministro degli Esteri avrebbe incolpevolmente ed/od inconsapevolmente (si spera) messo in discussione la dignità del diritto di cui Forti, quale cittadino italiano, ha fortissimo ed inamovibile rispetto alla sua lotta di vita.

Il fatto che un cittadino italiano continui a ritenersi innocente benché condannato con sentenza definitiva in altro paese imporrebbe sì un approccio politico/diplomatico diverso, ma sempre con gli strumenti di relazione giuridica esistenti: ad esempio sostenere un processo di revisione.

Fattibile farlo in Italia? No perché è il solo Stato di condanna che ha il diritto di giudicare su qualsiasi ricorso per revisione (art. 13 della Convenzione internazionale).

Fattibile per Chico Forti? Certamente si stando alle norme utilizzabili.

A corredare la presa di posizione del Ministro Di Maio v’è, poi, sicuramente da considerare un ringraziamento particolare diretto all’ex Vice premier italiano riscontrabile sul sito ufficiale dedicato a Chico Forti; ringraziamento, non si comprende se della famiglia o di altri, circa un presunto “lavoro silenzioso ed efficace” riferito forse al rapporto (esecutivo) tra Governatore della Florida e Farnesina.  

A scanso di equivoci, soprattutto istituzionali, è bene che qualcuno, a questo punto, spieghi al paese (ed in primis a Chico stesso) in cosa sia consistito l’intervento di Di Maio che, seppur lodevole (per carità) sotto l’aspetto politico-solidaristico, va chiarito sul piano politico-diplomatico-giuridico sgomberando, una volta per tutte, il campo da paternità ascensionali che, in casi come questo, meriterebbero altrettanto “silenzio”.

Perché delle due lune: o c’è stato un gap di politica-amministrativa del Ministero di Giustizia (messo così in cattiva luce, indirettamente, dalle parole dello stesso Di Maio) oppure c’è stata una interferenza (pur funzionale all’obiettivo).

Il risultato è che il Ministro Di Maio, senza che qualcuno lo facesse minimamente presente, s’è cucito sul petto una sorta medaglia; ma tutte le medaglie hanno una testa e una croce. Due facce di cui solo una, per ora, si conosce. Non foss’altro per Chico Forti, una volta giunto in Italia, inizi un nuovo calvario: lo stato delle carceri italiane.

Con l’augurio umano, per quest’ultimo, che almeno la vicinanza della famiglia possa alleggerirne l’eventuale durezza dello stato di detenzione.

Sia chiaro, quindi, un ultimo aspetto della vicenda.

Nessuno ha fatto alcun piacere o cortesia all’Italia così come quest’ultima non ha fatto alcuna opera di misericordia politico-diplomatica nei confronti degli Usa e/o di Chico Forti (e viceversa).

In questa storia c’è solo una cosa che rimane insormontabile: il diritto di essere italiano secondo Costituzione.

Forza insuperabile, quella costituzionale, che solo la c.d. “certezza del diritto” può garantire come valore universale.

Salvo che la politica non se ne dimentichi.

 

 

 

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