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Politica
Coronavirus, ora l'Ue va rifondata. Basta con la dittatura del Pil

 

Aveva ragione il filosofo tedesco Jurgen Habermas quando già oltre cinque anni fa diceva apertamente che “ l’Europa è caduta in una pericolosa spirale tecnocratica”. In realtà Habermas diceva anche che l’Europa avrebbe avuto un futuro solo grazie ad uno sforzo comune di carattere sociale, spiegando inoltre che tutto ciò andava fatto perché “ rinunciare all’Unione Europea significherebbe prendere congedo dalla storia mondiale”. Leggere ieri  le cronache dei giornali che raccontano del Consiglio Europeo in videoconferenza , le interviste del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del Presidente francese Emmanuel Macron , soprattutto il secondo richiamo in pochi giorni di una delle personalità europeiste di maggior spicco, il nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella - ci fanno fare i conti con una realtà che non è più quella confinata nel dibattito anche leggermente provinciale a favore o contro l’UE in Italia fra Centrodestra e Centrosinistra.

L’Unione Europea è in crisi. E’ in crisi nelle sue fondamenta più profonde. Il  tema della solidarietà europea certo non alberga in taluni Stati membri e non crediamo che l’appello lanciato da Mario Monti alla Germania perché porti avanti uno sforzo politico di solidarietà evitando alla BCE di perdere la sua indipendenza verrà ascoltato. Ieri – dopo un lunghissimo  silenzio Jaques Delors, ormai 94 enne, uno dei Padri dell’Unione essendo stato Presidente della Commisione per 10 anni – ha rilasciato una dichiaraz ione alla AFP: “ L’Europa senza solidarietà è in pericolo di vita” -Non siamo arrivati fin qui per caso, senza che nessuno se ne fosse  accorto.  Certo non si è portata avanti l’idea di Europa dei Fondatori, il Trattato di Roma e la Sala della Protomoteca si sono via via allontanate in nome di una serie di operazioni che nulla avevano di politico e molto avevano di salvaguardia di situazioni positive per taluni Stati membri soprattutto del Nord dell’Europa, i medesimi che oggi si oppongono agli Eurobond – o vogliono concedere all’Italia martoriata dal COVID 19 di utilizzare  il MES preparando però  il biglietto aereo  ai funzionari della Troika che forse comunque a Roma arriveranno in ogni caso se non si farà chiarezza.

Del resto le gravi dichiarazioni di ieri sera del Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen (per inciso eletta con i voti determinanti dei parlamentari europei italiani grillini), secondo cui i Coronabond chiesti da Italia e Spagna  “sono solo uno slogan , nessuno ci sta lavorando” hanno fatto il resto. Nel suo dire che “ esistono limiti legali e che la Germania ha tutto sommato ragione” il Presidente della Commissione Europea ha certificato che la spirale tecnocratica è conclamata, l’Europa politica non esiste. In serata poi il Presidente della Commissione ha avuto una telefonata con il Presidente del Consiglio dopo tutto un giro di precisazioni ed interpretazioni  provenienti da Bruxelles ma ogni soluzione appare lontana, l’unica cosa chiara emersa è che non ‘ colpa dell’Italia se si e’ manifestato da noi il Coronavirus. . Pensiamo a cosa sarebbe stato dell’Italia se non fosse esistito l’Euro ma bisogna però riflettere su come siamo arrivati  fin qui , pensando solo alla moneta e non a costruire vere istituzioni comuni. Negli ultimi 20  anni anche all’inizio della vicenda Coronavirus– non si è fatto altro che parlare di crescita, e poi di spread, e poi di patto di stabilità – oggi sospeso - , e poi di regole di bilancio, in Europa in particolare del famoso 3%.  Per chi abbiamo poi cercato di conseguire questa fantomatica crescita? E in che modo abbiamo cercato di conseguirla, posto che in quest’ultimo periodo ed in momenti anche recenti abbiamo fatto affidamento solo sulla finanza, dimenticando che la finanza scambia valore ma non crea valore e che il valore è legato alla produzione?

E quando poi ci siamo interrogati sulla questione della produzione, in Italia ed in altri Paesi dell’Europa ci siamo trovati di fronte alla mancanza di una cosa fondamentale, la  mancanza di una linea e di una idea di politica industriale sia a livello europeo – con la ricerca di una idea comune di sviluppo dell’Unione – sia a livello del nostro Paese – la mancanza di una idea di Italia della produzione – e quindi alla sua ricerca , a volte anche in maniera confusa. Ma abbiamo ritenuto a livello interno che fosse più semplice non impegnarsi ma dire che tutto andava fatto – anzi nella verità non fatto- perché lo chiedeva l’Europa. Dovevamo rinunciare a molto perché lo chiedeva l’Europa, lo chiedeva il “ mercato”. Pensiamo poi a quanti, per parlare di “politiche rigoriste” e poi per applicarle e poi per giustificarle hanno detto e spiegato che tutto andava fatto “per il futuro dei nostri figli”. L’allora Presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker in uno dei suoi primi discorsi alcuni anni fa evocò  puntualmente il tema delle generazioni future spiegando che non andavano traditi “  i nostri figli ed i nostri nipoti staccando assegni che alla fine saranno loro a dover onorare…”. C’è un tradimento alle generazioni future in questa idea di Europa che abbiamo vissuto ? Considerando che certo in Italia non si brillato nella gestione del debito pubblico , ma se  un tradimento alle generazioni future è insito in questa idea di Europa è certamente quello di privarle – con una politica esclusivamente rigorista e di poco o inesistente sviluppo - della impalcatura e delle infrastrutture indispensabili alla crescita ed al benessere, di lasciare loro in eredità infrastrutture cadenti, scuole mediocri, un sistema sanitario inadeguato ed una crescita potenziale compromessa. E quando è apparsa  una crisi grave ed inaspettata come il COVID 19 ecco che non esistevano strumenti per fronteggiarla.

E’ venuto a galla nel giro di qualche giorno  il grande errore, il grande equivoco di questi tempi in Europa che forse non volevamo vedere: se dobbiamo conseguire la crescita - ed è giusto conseguirla – essa non può essere una cosa astratta, per pochi soggetti. La crescita deve essere per l’Uomo, per la persona umana, per il miglioramento delle sue condizioni di vita. E’ normale che in Europa, in quell’area dell’Euro che tende alla crescita ci siano 27 milioni di bambini poveri?  A noi non sembra normale. E’ normale che la nostra Europa si sia trasformata in un coacervo di regole e burocrazie varie che hanno fin qui lavorato per la cieca applicazione di politiche di austerità a favore solo di qualcuno e che stanno portando di nuovo alla recessione, alla crisi, alla “giapponesizzazione” dell’economia, all’impoverimento e alla disperazione delle persone cui a volte non possiamo che assistere inermi? Ecco, a noi non sembra normale.

L’Europa  si è posta il problema del risanamento dei bilanci pubblici perché ha un sistema di regole che serve esattamente a questo; ha costruito sistemi europei per aggiustare le finanze e iniziare a costruire l’Unione bancaria, ha fatto enormi sforzi di costruzione di regole comuni, di cessione di sovranità nella gestione di sistemi finanziari che va al di la della mera gestione monetaria nella zona Euro. Una cosa però l’Europa non ha ancora fatto  e questa deve essere l’occasione per farla: arrivare ad una politica comune dell’occupazione e della crescita. All’uscita da tutta questa triste storia del Coronavirus l’Unione Europea avrà due sole  alternativa: o restare una pura area di libero scambio o parlare in un solo modo. Avere una Unione Europea che rema contro – e lo diciamo da europeisti convinti – non serve a nessuno. Meglio fare da soli. Certo non sogniamo l’Italexit ma quelli del lavoro – e solo con il lavoro potremmo riprenderci - sono temi che sono rimasti nella disponibilità delle politiche nazionali e che sono però legate alle stringenti politiche di bilancio dell’Unione Europea . Il lavoro non si può creare per decreto e quindi c’è  bisogno dell’impresa e degli imprenditori.  Proseguiamo nel nostro ragionamento: una cosa è l’Europa e l’Unione Europea, un’altra cosa è l’ideologia dell’Europa e dell’Unione Europea, l’ottimismo dei fondatori – che noi vogliamo ritrovare – è oggi sostituito non solo dal realismo ma anche dallo scetticismo; per noi l’Europa è quella della sussidiarietà e non della verticalità, l’Europa è quella della collaborazione fra Stati. Vogliamo un’Europa che riscopra la centralità della politica. L’errore è stato lasciare che la politica perdesse centralità nel discorso pubblico, impedendole di indicare soluzioni, con il pessimo risultato che essa non è più stata in grado di tutelare le persone nei propri bisogni quotidiani, e ha finito col perdere la capacità di alzare lo sguardo e individuare strade per le prossime generazioni. È possibile cambiare questo registro? A nostro  modo di vedere è  urgente e necessario. Non solo la politica deve tornare a occupare il centro della vita pubblica, conquistando quello spazio che le è stato sottratto. Ma deve, e questo è senza dubbio l’aspetto più gravoso, tornare a svolgere il proprio ruolo fondamentale, vale a dire disegnare il futuro della società. La crisi della governance europea e lo stesso calo di fiducia nelle istituzioni dell’Unione da parte dei cittadini segnala che senza la politica non esiste la stessa Europa, la tecnocrazia imperante impedisce di ragionare sulla possibilità di usare gli strumenti già esistenti e previsti dai Trattati – frutto appunto di mediazione politica – per avviare le riforme necessarie in senso federale con ricadute importanti sugli Stati membri. La politica deve riscoprire il senso del proprio ruolo, e noi dobbiamo riscoprire il senso della politica e avere  il coraggio di liberarne  le potenzialità. Un saggio del politologo britannico  Matthew Flinders pone l’accento sul concetto che la “ difesa della politica” va intesa come difesa della “politica democratica”, in una analisi realistica in cui le sue manchevolezze sono associate al tema delle aspettative. La difesa della democrazia – e quindi di una politica “ alta” - vuol dire difesa dal mercato imperante e sregolato  ma anche difesa  dalla depoliticizzazione, dalle crisi, dal trattamento che i media le riservano. La studiosa statunitense di diritto ed etica  Martha Nussbaum ammoniva  circa la pericolosità della “dittatura del Pil”, includendo all’interno di questa formula tutti i limiti mentali di una stortura intellettuale globale, che per anni ha condotto studi e ricerche, e implementato politiche, basandosi unicamente sulle cifre economiche, Pil su tutte. Politiche che si sono rivelate poi errate e dannose per l’unico destinatario dell’azione politica, l’Uomo e il suo sviluppo. Certamente  per la stessa Unione Europea che va rifondata. Forse anche ripartendo da Roma.

 

 

 

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