L’analisi
C’è un pezzo d’Italia che la politica continua ostinatamente a non vedere. O, peggio, vede ma non riesce a rappresentare. È un’Italia moderata senza essere conservatrice, liberale senza essere liberista, europeista senza inginocchiarsi davanti a Bruxelles, attenta ai conti pubblici ma non disposta a trasformarli in una religione. Un’Italia che alle elezioni può votare un pezzo del Pd, Matteo Renzi, Carlo Calenda e persino Forza Italia. Non perché sia composta da elettori confusi o trasformisti. Esattamente il contrario: perché cerca, di volta in volta, qualcuno che dica cose ragionevoli su crescita, salari, imprese, diritti, innovazione, sanità, scuola, fisco. E soprattutto che dia l’impressione di sapere come farle. È un elettorato che esiste, ma non ha casa. Ed è forse questa una delle grandi anomalie della politica italiana di oggi. Continuiamo a ragionare con il pallottoliere dei partiti esistenti, quando il vero spazio politico potrebbe trovarsi proprio tra quei partiti. Immaginiamo allora, per un momento, qualcosa che oggi non esiste. Un federatore come Roberto Gualtieri. Non necessariamente perché debba essere lui il candidato naturale alla guida del governo, ma perché rappresenta un profilo interessante per questo esperimento: cultura di governo, esperienza europea, provenienza progressista e un linguaggio che difficilmente può essere considerato estremista.
Attorno a lui, però, bisognerebbe compiere un’operazione ancora più difficile: smettere di distribuire patenti di purezza. Giuseppe Conte è oggi presidente del Movimento 5 Stelle ed è inevitabilmente uno dei protagonisti di qualsiasi costruzione larga dell’attuale opposizione. Ma proprio per questo si potrebbe immaginare per lui un ruolo istituzionale di primissimo piano, come la presidenza del Senato, anziché trasformare la scelta del candidato premier nell’ennesima guerra civile della coalizione.
E poi Elly Schlein e Matteo Renzi vicepresidenti del Consiglio. Sì, insieme. Già sento le risate. Le incompatibilità. I veti. Le dichiarazioni del giorno dopo. Le vecchie ruggini riesumate dagli archivi. Ed è precisamente questo il problema: la politica italiana discute continuamente di chi non può stare con chi e molto meno di cosa dovrebbe fare insieme a chi. Magari coinvolgendo anche chi, come Alessandro Onorato, benissimo ha fatto nel suo ruolo da amministratore locale e oggi – giustamente – ha velleità di avere un peso a livello nazionale.
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Perché una coalizione del genere avrebbe senso soltanto a una condizione: non diventare un’ammucchiata costruita per battere Giorgia Meloni. Servirebbe l’esatto contrario. Un programma corto, moderato e terribilmente concreto. Non centocinquanta pagine nelle quali ciascun partito infila il proprio feticcio ideologico. Dieci, quindici cose. Fine. Ridurre il costo dell’energia per famiglie e imprese. Tagliare davvero il cuneo fiscale. Rimettere produttività e salari al centro della politica economica. Costruire case nelle città nelle quali lavorare sta diventando incompatibile con il costo dell’abitare. Fare una politica industriale che scelga alcune filiere strategiche. Accelerare sulle infrastrutture. Rendere la sanità pubblica nuovamente accessibile in tempi decenti. Investire sull’intelligenza artificiale invece di limitarsi a regolamentarla. Difendere i diritti senza trasformare ogni questione in una guerra culturale. Ridurre una burocrazia che continua a considerare cittadini e imprese potenziali colpevoli fino a prova contraria.
Cose da fare. Potrebbe sembrare poco. In Italia sarebbe rivoluzionario. Perché è precisamente su questo terreno che potrebbe incontrarsi quell’area mobile che oggi attraversa Pd, Italia Viva, Azione e Forza Italia senza riconoscersi completamente in nessuno di essi. Non serve immaginare che condivida tutto: basta osservare che esistono elettori per i quali la distinzione decisiva non passa sempre e soltanto tra destra e sinistra, ma tra pragmatismo e ideologia, competenza e propaganda, governo dei problemi e loro eterna rappresentazione televisiva.
Naturalmente le contraddizioni sarebbero enormi. Schlein e Renzi hanno idee differenti su moltissime cose. Conte e l’area liberal-riformista ancora di più. Calenda ha costruito buona parte della propria identità politica proprio sulla critica di alcune di queste forze. E Forza Italia appartiene oggi alla coalizione di governo guidata da Giorgia Meloni. Ma le contraddizioni non stanno soltanto dall’altra parte. Il centrodestra governa insieme pur contenendo culture politiche, interessi e sensibilità molto diverse. E le tensioni interne alla maggioranza non sono un’invenzione giornalistica: anche il recente iter della riforma elettorale ha mostrato difficoltà e defezioni dentro la coalizione. Il punto allora non è stabilire quale schieramento sia più litigioso.
Il punto è un altro: chi riuscirà per primo a trasformare le proprie differenze in una proposta di governo comprensibile? È qui che il centrosinistra continua a rischiare di sbagliare bersaglio. Se pensa che basti sommare Pd, Cinque Stelle, Avs, Italia Viva e qualche cespuglio per costruire automaticamente un’alternativa, probabilmente non ha capito il problema. Le somme elettorali sulla carta sono facili. Governare insieme è un’altra cosa. Ma esiste anche la possibilità opposta.
Costruire non un «campo largo», espressione che ormai sa più di geometria che di politica, ma un’area di governo larga e moderata, capace di tenere insieme culture differenti intorno a poche decisioni verificabili. Gualtieri federatore. Conte al Senato. Schlein e Renzi a Palazzo Chigi come vicepremier. I nomi, naturalmente, sono una provocazione e possono cambiare. È lo schema che conta.
Perché dietro quei nomi c’è una domanda politica molto più seria: possibile che milioni di italiani debbano scegliere ogni volta il partito meno lontano da loro, invece di trovarne finalmente uno abbastanza vicino? Quello spazio c’è. Non sappiamo quanto sia grande e nessuno può seriamente attribuirgli oggi una percentuale elettorale. Ma basta guardare la frammentazione dell’offerta politica per capire che la questione esiste. E se qualcuno riuscisse davvero a riempire quello spazio con una leadership credibile e soprattutto con un programma fatto di poche cose realizzabili, potrebbe modificare profondamente gli equilibri attuali. Non perché gli italiani siano improvvisamente diventati tutti centristi. Ma perché, dopo anni di politica costruita sulle identità, sui veti e sui nemici, potrebbe esserci molta più domanda di normalità di quanto i partiti immaginino.


