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Politica
Elezioni: ha vinto il Pd, il partito governativo di Draghi
Enrico Letta

Vince Enrico Letta, ma soprattutto vince il Pd di Draghi, il partito votato alla stabilità.
Se il buon giorno si vede dal mattino, il voto del 3 e 4 ottobre scorsi con la vittoria dem a Milano, Bologna e Napoli avevano già delineato un trend preciso. Adesso con il trionfo a Torino, ma soprattutto a Roma (a Trieste è arrivata la riconferma per Roberto Dipiazza ) è arrivato il sigillo definitivo. Il merito è sicuramente di Letta per aver testardamente perseguito la strada dell’alleanza e - ove non possibile - del dialogo con il M5s.

Anche se al segretario va riconosciuto un altro merito e cioè quello di aver voluto indentificare in toto l’esecutivo guidato dall’ex presidente della Bce con il governo dei dem. “Il governo Draghi è il nostro”: su questo è andato dritto come un treno. In barba ai mal di pancia della sinistra Pd e con buona pace del Bettini-pensiero. Un posizionamento che si è rivelato vincente, soprattutto perché alla fine ha intercettato davvero quello che i cittadini chiedono in questa difficile fase di ripartenza dopo il periodo buio nella morsa del Covid. D’altronde, la forte astensione che si è registrata è anche l’effetto del dibattitto altamente ideologizzato degli ultimi tempi. E che ha accresciuto ancora di più i sentimenti di disaffezione.

Il risultato più importante, ça va sans dire, rimane quello di Roma, da oggi guidata dall’ex ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Non fosse altro perché dalla Capitale può prendere slancio un Pd più corale. L’intero establishment dem non a caso è romano: in un colpo solo vincono tutti, da David Sassoli e Paolo Gentiloni, passando per Nicola Zingaretti.  

I meriti del Pd e di Letta, però, finiscono qui. Il resto l’hanno fatto - oltre all’astensione che storicamente colpisce di più il centrodestra - soprattutto i demeriti del Movimento cinque stelle. Errori che partono da lontano e precisamente dalla nascita del Conte due. Paradossalmente, i timori nutriti da diversi esponenti del Pd e cioè di un Nazareno piegato sul M5s erano mal riposti. Viceversa, avrebbero fatto bene a sollevarli in casa pentastellata rispetto ai rischi di un appiattimento sul Partito democratico. Il peccato originale è stato credere di poter continuare a mantenere la propria identità e soprattutto la propria golden share come ai tempi del governo con la Lega. Un calcolo matematicamente sbagliato: “Siamo entrati da soli, con le nostre gambe, nella tana del lupo – commenta un Cinque stelle con Affaritaliani.it –. Il Pd, si sa, è un partito d’apparato e noi ci siamo fatti incantare dalle sirene dem”.
 
Già prima del risultato di oggi, in realtà, tra le fila pentastellate non sono mancati i mugugni. E un dubbio amletico su che senso abbia “trasformare il M5s in una fotocopia del Pd, sapendo che alla fine l’elettore sceglie l’originale”. Una bella gatta da pelare per Giuseppe Conte che oggi può rivendicare una piccola rivincita su Virginia Raggi, avendo comunque dichiarato il suo sostegno a Gualtieri, ma non può neppure sbandierarla più di tanto.

Ironia della sorte, tuttavia, adesso il Pd vincente dipende ancora di più dalla rivoluzione in casa M5s. In vista delle politiche, infatti, Letta non può che sperare in una tenuta del Movimento e della linea Conte. D’altronde, Goffredo Bettini non perde occasione per fare da chioccia ai grillini, cercando di persuaderli della loro tenuta sul piano nazionale. Ma non è il solo spettro che aleggia tra le mura del Nazareno: la riproposizione di un Ulivo 2.0 che va da Leu a Carlo Calenda passando per Italia viva di Matteo Renzi non fa dormire sonni tranquilli. Il segretario per primo sa bene che il centrodestra alle politiche sarà un osso duro da battere. La paura fa ’94, è il caso di dire. Anche allora la gioiosa macchina da guerra, che vinse le amministrative, a distanza di pochi mesi poi spianò la strada per Berlusconi a Palazzo Chigi.

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