Elezioni, i partiti italiani verso il 2027: chi va con chi, le alleanze possibili e i nuovi poli dopo la legge elettorale
Renzi troverà un accordo con il centrosinistra o proverà a costruire un polo autonomo? Calenda e Marattin possono convergere? E Vannacci finirà per correre contro Meloni o al suo fianco? A pochi mesi dall’avvio della campagna elettorale per le politiche del 2027, sono queste alcune delle domande che attraversano il sistema dei partiti.
Le risposte dipendono dai rapporti tra i leader ma anche dai numeri: quanto consenso può raccogliere una lista autonoma, quanto si rischia di perdere entrando in una coalizione e quale spazio rimane per chi non vuole schierarsi né con il centrodestra né con il centrosinistra. Ad oggi, il punto più incerto – e non a caso invocatissimo – è il centro, dove bazzicano non certo grandi numeri ma quel poco che basta per scavallare il 42% e ottenere il premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale.
Ai due poli opposti spetta invece una doppia sfida: Meloni deve gestire la concorrenza alla propria destra, ma almeno può contare su alleati non in discussione – Forza Italia e Lega; Elly Schlein deve invece trovare un’intesa con Giuseppe Conte e trasformare la somma delle opposizioni in un’alleanza capace di reggere alla prova delle candidature e del programma.
Il sistema, a oggi, è pienamente in movimento, ma un punto di partenza per orientarsi nella mappa dei partiti è dare uno sguardo ai sondaggi. Stando al sondaggio SWG per il TgLa7, diffuso lunedì 12 ottobre 2026, FdI è al 27,7%, seguita dal Partito Democratico al 20,4%. Il Movimento è terzo partito, al 12,7%, seguito da Futuro Nazionale al 7,6%. Tra le altre forze politiche, Forza Italia si attesta al 7,3%, seguita da Alleanza Verdi e Sinistra al 6,6% e dalla Lega al 5,4%. Più distanti Azione, al 3,2%, e Italia Viva, al 2,3%. Chiudono il quadro +Europa, all’1,7%, il Partito Liberaldemocratico, all’1,3%, Noi Moderati, all’1%, e Sud chiama Nord, all’1%. Percentuali che, oltre a fotografare il peso attuale delle singole forze, possono incidere sulle strategie in vista del 2027: soprattutto per i partiti più piccoli, la scelta di correre da soli o di entrare in una coalizione potrebbe rivelarsi decisiva.
L’incognita Vannacci
Prendiamo, ad esempio, Futuro Nazionale. Il centrodestra – con Fratelli d’Italia (27,7%), Lega (5,4%), Forza Italia (7,3%) e Noi Moderati (1%) – è al 41,4%, che con l’1% di Sud chiama Nord arriva al 42,4%, percentuale sufficiente non solo per battere l’area di centrosinistra, ma anche per accaparrarsi i seggi aggiuntivi alla Camera e al Senato. Se a questa somma si aggiungesse il 7,6% attribuito al movimento di Roberto Vannacci, il blocco arriverebbe al 50%. Lo scenario è stato, ad oggi, smentito. L’ipotesi più probabile è che la formazione di Vannacci scelga di correre da sola. In questo caso, una parte del voto conservatore sarebbe contesa tra più liste, con possibili conseguenze sul risultato complessivo dei due schieramenti. Il centrodestra si appellerebbe – come già fatto – al cosiddetto “voto utile“: votare Futuro Nazionale, in corsa autonoma, finirebbe per tradursi in un vantaggio per il centrosinistra. Insomma: un voto perso, sottratto all’area di riferimento.
Il campo largo
Il centrosinistra ruota intorno al “campo largo”: Partito Democratico (20,4%), Movimento 5 Stelle (12,7%), Alleanza Verdi e Sinistra (6,6%) e +Europa (1,7%). La coalizione raggiungerebbe, messa così, il 41,4%. La possibilità di presentarsi insieme dipende però da una serie di condizioni e incognite, due quelle più grosse di tutte: le primarie e il programma.
Escluso il terzo nome, se il Pd è il principale soggetto del centrosinistra nei sondaggi considerati – con Schlein che può rivendicare il ruolo del partito più forte – il M5S conserva una base elettorale rilevante, con Giuseppe Conte che può permettersi di giocarsi la partita, evitando un’attribuzione automatica della leadership al Pd. Le primarie sono una delle soluzioni possibili, ma non eliminano le differenze programmatiche. Le questioni da seguire riguardano politica estera, difesa, politiche sociali, lavoro e rapporti con le forze centriste.
Il primo scenario resta quello del campo largo con il Partito Democratico alla guida della coalizione. In questa configurazione, il Pd dovrebbe trovare un accordo con il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra su un programma condiviso e sulla scelta del candidato alla presidenza del Consiglio. E’ ciò a cui si starebbe lavorando.
Non è però l’unica ipotesi sul tavolo: resta aperta la possibilità che il Movimento 5 Stelle scelga di correre da solo, come ha già fatto in passato, per preservare la propria autonomia politica e presentarsi agli elettori con un programma e un candidato distinti da quelli del PD. Una scelta del genere renderebbe più difficile costruire un’alleanza unitaria, ma non può essere esclusa a priori. Sarebbe uno scacco matto dell’ex presidente del consiglio e un azzardo per Schlein, costretta a perdere quella percentuale di voti portata dai pentastellati.
La battaglia per il centro
Il centro è probabilmente l’area più fluida del sistema politico italiano. Un’incognita è data da Matteo Renzi, che ha rilanciato l’idea di un centrosinistra unito e ha rivolto un appello ai moderati e ai riformisti di Forza Italia. Ha inoltre posto condizioni politiche per un’intesa con Giuseppe Conte. Il 12 ottobre ha ribadito che Italia Viva sta lavorando alle proprie liste e che il suo risultato potrebbe risultare determinante per l’esito elettorale. Intanto, dalla pentastellata Appendino, è arrivato già un veto contro il leader di Iv.
Matteo Renzi, con il suo 2,3%, potrebbe mantenere il proprio simbolo all’interno di una coalizione più ampia di centrosinistra, cercando un accordo su programma e candidature, oppure tentare di costruire un’aggregazione centrista con altre forze politiche e civiche. In questo secondo caso, Italia Viva si presenterebbe come una componente autonoma, ma inserita in un progetto più ampio, con l’obiettivo di dare maggiore consistenza all’area riformista. Resta anche la possibilità di una corsa separata, qualora non si raggiungesse un’intesa con il campo largo o con gli altri interlocutori centristi. Un ostacolo, però, è dato dalla soglia di sbarramento: Renzi dovrebbe raggiungere il 3% per entrare in Parlamento e, ad oggi, non ce l’ha.
Calenda, il possibile interlocutore
Azione di Calenda, al 3,2%, supererebbe la soglia, anche se di un soffio. Restano però differenze di impostazione e di rapporti personali, oltre alle riserve sulla partecipazione a una coalizione comprendente il M5S. Una collaborazione con Italia Viva potrebbe dare maggiore visibilità all’area centrista. Un’intesa più ampia con +Europa o con altri soggetti liberali sarebbe un’altra possibilità. Una corsa autonoma è improbabile.
Marattin, virata a destra
Il Partito Liberaldemocratico rappresenta un’altra componente della galassia centrista. Il suo progetto mira a distinguersi sia dal centrodestra sia dal centrosinistra attraverso una proposta liberale e riformatrice. La domanda è se il PLD preferirà mantenere un’identità autonoma o partecipare a un’aggregazione più ampia. L’ipotesi più probabile è una virata a destra.
Più Uno, un polo autonomo?
La nascita di Più Uno aggiunge un nuovo soggetto alla competizione per lo spazio centrista. La formazione guarda al centrosinistra e propone una soluzione politica che valorizzi un profilo civico e riformatore. La sua sfida è duplice, oltre che ambiziosa: acquisire una presenza elettorale riconoscibile, a solo un anno dal voto – scenario ottimista – e capire se abbia senso partecipare a una federazione più ampia. Il progetto si inserisce in un’area già affollata, nella quale sono presenti Italia Viva, +Europa, Azione e altre iniziative civiche. Una convergenza potrebbe ridurre la frammentazione, ma richiederebbe accordi su leadership, simbolo, programma e candidature. Troppi nodi, poco tempo.
I civici
Anche le iniziative civiche, compreso Progetto Civico, vanno inserite nella ricognizione. La loro capacità di aggregare amministratori e personalità indipendenti può essere rilevante, ma non è sufficiente, da sola, a dimostrare che esista già un progetto nazionale unitario.
Ci sono poi le formazioni minoritarie, che potrebbero partecipare alle elezioni attraverso liste autonome, accordi o aggregazioni. Nell’area della sinistra, Potere al Popolo e Rifondazione Comunista possono essere monitorati, mentre nell’area cattolica e popolare, UDC, Democrazia Solidale e diverse realtà civiche possono entrare nelle trattative per liste comuni o accordi di coalizione. Vanno inoltre considerate le forze autonomiste e regionaliste, come SVP e Union Valdôtaine, la cui strategia può dipendere dalle specificità territoriali e dai collegi.
La legge elettorale rende più importanti le alleanze
La politica italiana si avvicina quindi alle prossime elezioni con alcuni punti fermi e molte incognite. Il centrodestra dispone di un partito nettamente più forte degli altri, ma deve gestire la concorrenza a destra di Futuro Nazionale. Il centrosinistra ha un nucleo di forze, ma deve risolvere la questione della leadership e le differenze programmatiche. I due grandi gruppi, ad oggi, non si staccano di molto. Ecco perché la vera partita è al centro, dove però si confrontano progetti differenti: è sulla geografia di accordi, veti, federazioni e candidature che si giocherà una parte importante della partita del 2027.
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