Addio a Emma Bonino, una vita spesa a “lottare” per la libertà
Tutto il mondo piange la morte di Emma Bonino, una donna che ha attraversato oltre mezzo secolo di politica italiana e internazionale facendo della libertà il filo conduttore della propria storia. Dalle piazze alle istituzioni, dai referendum alla diplomazia, dalla disobbedienza civile sull’aborto alle battaglie per i diritti umani, la sua è stata una presenza costante nelle grandi trasformazioni sociali e politiche degli ultimi cinquant’anni. Una storia costruita spesso ai margini dei grandi partiti, ma capace di incidere profondamente nel dibattito pubblico. Il suo metodo è rimasto nel tempo sostanzialmente lo stesso: individuare una battaglia, portarla fuori dai confini della politica tradizionale, mobilitare l’opinione pubblica e provare a trasformarla in una conquista concreta.
Un percorso che l’ha portata dal Partito radicale alla Camera e al Senato, dal Parlamento europeo alla Commissione europea, fino alla Farnesina e alle più alte istituzioni internazionali. Il rapporto con Marco Pannella è stato per decenni una parte centrale di questa vicenda. Una collaborazione politica e umana durata quasi quarant’anni, fatta di campagne, referendum, scioperi della fame e della sete, arresti e battaglie internazionali, fino alla dolorosa rottura degli ultimi anni. Ma la storia di Bonino, pur profondamente segnata dal radicalismo, nel tempo è andata ben oltre il perimetro del movimento, assumendo una dimensione sempre più europea e internazionale.
Oggi alle undici Palazzo Madama si è fermato: c’è stato un minuto di silenzio, poi un lungo applauso per chi di quel Senato è stata vicepresidente. Ma l’abbraccio della politica era già iniziato al diffondersi della notizia della sua morte. “Radicale, liberale, femminista, decisamente europeista”: Sergio Mattarella l’ha consegnata alla storia della Repubblica, sulla quale ha “impresso un segno”, ricordandone le battaglie di una vita, spesso capaci di arrivare molto più lontano, fino a farne un punto di riferimento “non soltanto in Italia”. Dal Piemonte, terra d’origine di Bonino, poco dopo è arrivato l’omaggio di Giorgia Meloni. Le loro storie e sensibilità, ha riconosciuto la premier da Vercelli, sono state “lontane”. Ma la distanza politica non ha cancellato il riconoscimento di una “voce forte e riconoscibile”, del cui peso nella vita pubblica non ha mai dubitato. Un punto d’incontro l’ha trovato sulle donne: il loro ruolo, nella società come in politica, non è “una concessione, è una conquista”, ha scandito la presidente del Consiglio, prima di annunciare le esequie di Stato, previste all’inizio della prossima settimana
Ripercorriamo qui tutti i momenti e le battaglie più importanti guidate da Bonino e raccolte da Adnkronos.
Dall’esperienza personale alla battaglia politica
Nata a Bra, in provincia di Cuneo, il 9 marzo 1948, Bonino si trasferisce a Milano e si laurea alla Bocconi in Lingue e letterature moderne. È negli anni Settanta, in una stagione attraversata da profonde trasformazioni sociali e culturali, che entra nella politica e incontra il Partito radicale di Marco Pannella. È un modo di fare politica diverso da quello dei grandi partiti della Prima Repubblica: campagne, referendum, manifestazioni, disobbedienza civile e iniziative capaci di portare nell’agenda pubblica questioni considerate a lungo marginali. Pannella e Bonino ne diventano i due volti più riconoscibili, pur con stili profondamente differenti. Lui, oratore instancabile e provocatore; lei, più asciutta, concreta, concentrata sulla battaglia da portare avanti. La prima grande battaglia di Bonino nasce da un’esperienza personale: l’aborto clandestino.
Nel 1975 partecipa alla nascita del Cisa, il Centro di informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, contribuendo a fornire informazioni e assistenza alle donne che volevano interrompere una gravidanza. L’obiettivo era anche rendere evidente una disuguaglianza: la clandestinità colpiva soprattutto chi non aveva le risorse per rivolgersi a un medico o andare all’estero. Bonino sceglie quindi la disobbedienza civile. Si autodenuncia per procurato aborto e viene arrestata. Una vicenda privata diventa una battaglia pubblica, secondo una logica destinata a caratterizzare tutta la sua attività politica.
Nel 1976, a 28 anni, viene eletta alla Camera insieme agli altri esponenti radicali. L’ingresso in Parlamento non segna però la fine della militanza nelle piazze: istituzioni e mobilitazione restano, nella sua esperienza, due facce della stessa strategia. Nel 1978 arriva la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Per Bonino è una conquista fondamentale, anche se negli anni continuerà a denunciare le difficoltà nell’applicazione della legge, dall’obiezione di coscienza all’accesso all’aborto farmacologico. La stagione radicale non si ferma all’aborto. Divorzio, contraccezione, obiezione di coscienza, riforma della giustizia, finanziamento pubblico dei partiti, servizio militare, manicomi, nucleare: per decenni i referendum diventano uno degli strumenti principali attraverso cui i radicali cercano di spostare il confine di ciò che la politica considera possibile.
Dalle piazze italiane alla scena internazionale
Negli anni Ottanta l’orizzonte di Bonino si allarga. Alla difesa dei diritti civili si aggiunge la lotta contro la fame nel mondo e, progressivamente, un impegno sempre più internazionale. Nel 1989 diventa presidente del Partito radicale transnazionale. Le sue battaglie si concentrano sui diritti umani, sulla pace e sulla giustizia internazionale, mentre le guerre nella ex Jugoslavia riportano al centro della scena i crimini contro le popolazioni civili e la necessità di strumenti internazionali per perseguirne i responsabili.
Nel 1993 è tra i fondatori di Non c’è pace senza giustizia, organizzazione impegnata nella promozione dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto. Tra le sue principali battaglie c’è quella per la nascita di una Corte penale internazionale permanente. La battaglia arriva alla conferenza diplomatica di Roma del 1998, dove viene adottato lo Statuto della Corte penale internazionale, poi entrata in funzione nel 2002. Nello stesso periodo Bonino si occupa del Tibet e della moratoria sulla pena di morte, guidando nel 1994 la delegazione del governo italiano all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
La commissaria europea nelle zone di guerra
Nel 1995 arriva a Bruxelles come commissaria europea, indicata dal governo Berlusconi. Le deleghe riguardano consumatori, pesca e soprattutto aiuto umanitario. È proprio quest’ultimo settore a caratterizzare la sua esperienza europea. Bonino decide di visitare personalmente alcune delle aree di crisi. Poco dopo il suo insediamento parte per l’ex Jugoslavia, arrivando a Sarajevo e Mostar mentre la guerra è ancora in corso. La sua presenza sul campo diventa uno dei tratti distintivi di quell’esperienza. Seguono missioni nei Grandi Laghi dopo il genocidio in Ruanda, in Somalia, dove il convoglio sul quale viaggia viene attaccato, e in Sudan, dove entra nonostante le restrizioni del regime di Khartoum per sostenere l’apertura di corridoi umanitari.
Nel 1997 arriva in Afghanistan e porta all’attenzione internazionale la condizione delle donne sotto il regime dei talebani. Bonino e la delegazione vengono fermate e arrestate per alcune ore. Da quella missione nasce la campagna “Un fiore per le donne di Kabul”. Nel frattempo firma per la Commissione europea la Convenzione di Ottawa contro le mine antiuomo e continua a occuparsi delle crisi internazionali, dalla Sierra Leone al Kosovo. È anche tra le figure impegnate nella conferenza di Roma che porterà alla nascita della Corte penale internazionale. La sua idea di politica internazionale la porta anche a confrontarsi con una parte del movimento pacifista italiano. Bonino sostiene infatti che, in determinate circostanze, la comunità internazionale debba essere pronta a usare la forza per fermare guerre e crimini contro l’umanità.
La politica istituzionale, senza abbandonare le battaglie
Terminata nel 1999 l’esperienza della Commissione europea, Bonino torna al centro della politica italiana ed europea. Nello stesso anno arriva la singolare campagna “Emma for President” per la Presidenza della Repubblica. Nonostante una forte esposizione mediatica e un consenso che va oltre il tradizionale elettorato radicale, il Parlamento elegge Carlo Azeglio Ciampi. Bonino ottiene 15 voti. Alle elezioni europee dello stesso anno, però, la Lista Bonino raggiunge l’8,5 per cento e lei torna al Parlamento europeo. Con il nuovo millennio la sua attenzione si concentra sempre più sul mondo arabo e sulla promozione della democrazia. Nel 2001 si trasferisce al Cairo per studiare lingua e cultura araba. Nel 2003 avvia su Radio Radicale una rassegna quotidiana della stampa araba e si impegna nella campagna internazionale contro le mutilazioni genitali femminili.
Nel 2006 torna alla Camera con la Rosa nel pugno e Romano Prodi la nomina ministra per le Politiche europee. Due anni dopo viene eletta al Senato e diventa vicepresidente dell’assemblea. Nel 2013 arriva alla Farnesina. Enrico Letta la sceglie come ministra degli Esteri in una fase segnata dalle conseguenze delle primavere arabe, dalla guerra civile siriana e dalle crisi nel Mediterraneo e in Nord Africa. Il suo incarico dura meno di un anno: nel febbraio 2014, con la nascita del governo Renzi, viene sostituita da Federica Mogherini.
La malattia, la rottura con Pannella e una nuova stagione
Nel 2015 Bonino rende pubblico il tumore al polmone. Decide di proseguire comunque la propria attività politica, riducendo gli impegni durante le cure. I turbanti che comincia a indossare diventano presto uno degli elementi più riconoscibili della sua immagine pubblica. È anche l’anno della rottura con Pannella. Dopo quasi quarant’anni di battaglie condivise, la distanza tra i due diventa insanabile. Bonino si è progressivamente spostata verso un profilo più istituzionale e internazionale, mentre Pannella resta ancorato alla militanza radicale e alla mobilitazione permanente. La separazione è dolorosa.
Anni dopo Bonino racconterà di non aver compreso fino in fondo quando fosse maturata quella distanza. Il rapporto politico si interrompe, ma Pannella rimane una figura fondamentale della sua formazione e della sua storia personale. La rottura non significa però il ritiro dalla politica. Al contrario, Bonino concentra sempre più il proprio impegno sulla difesa dell’Europa, dello Stato di diritto e delle libertà individuali. Con la nascita e il consolidamento di Più Europa, il progetto europeista diventa uno dei principali terreni della sua attività. Nel 2018 viene eletta nuovamente al Senato, dove si schiera all’opposizione del governo sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega.
Il Quirinale, un riconoscimento senza maggioranza
Il nome di Bonino torna più volte nelle discussioni per la Presidenza della Repubblica. Dopo la campagna del 1999, viene considerata tra le possibili candidate anche nel 2006. Nel 2013 il suo nome entra nelle consultazioni del Movimento 5 Stelle e ottiene sostegni trasversali. Al primo scrutinio raccoglie 13 voti, ma il Parlamento conferma poi Giorgio Napolitano. Nel 2015 la sua candidatura torna a circolare: nei primi due scrutini ottiene 25 voti, il risultato più alto raggiunto da una sua candidatura al Quirinale. Alla fine viene eletto Sergio Mattarella.
Nel 2022 il suo nome ricompare ancora una volta nel dibattito, ma Bonino non si propone e sostiene Marta Cartabia. Il Parlamento rielegge Mattarella. La storia del Quirinale racconta bene la particolare posizione occupata da Bonino nella politica italiana: una figura capace di raccogliere un riconoscimento molto più ampio del proprio peso elettorale, ma proveniente da una tradizione politica rimasta sostanzialmente minoritaria.
L’Europa come ultima grande battaglia
Negli ultimi anni l’Europa diventa sempre più il centro della sua visione politica. Per Bonino l’Unione non è soltanto un progetto economico, ma uno spazio nel quale difendere libertà, diritti e Stato di diritto e nel quale affrontare insieme questioni che i singoli Stati non sarebbero in grado di gestire da soli. Nel 2024 sostiene il progetto degli Stati Uniti d’Europa in vista delle elezioni europee, tentando di riunire forze diverse attorno a un comune progetto europeista. Il tentativo non si realizza nella forma auspicata, ma riflette ancora una volta il tratto distintivo della sua esperienza: individuare una questione e provare a trasformarla in una battaglia politica. C’è poi il rapporto, sorprendente per molti versi, con Papa Francesco. Le distanze tra Bonino e la Chiesa cattolica restano profonde su temi come l’aborto, ma negli anni si apre un dialogo su migrazioni, Africa, pace e dignità della persona.
Nel novembre 2024 Francesco le fa visita privatamente nella sua casa romana, dopo un periodo di ricovero. Un’immagine dei due insieme, entrambi in sedia a rotelle, restituisce simbolicamente la parabola di una donna che ha trascorso la propria vita politica sfidando istituzioni e poteri, ma che nel tempo è diventata interlocutrice riconosciuta anche da mondi lontanissimi dalla tradizione radicale. Emma Bonino è infatti rimasta radicale nell’animo anche quando il suo terreno di battaglia è passato dalle piazze alle istituzioni, dal Parlamento italiano alle organizzazioni internazionali, dalle campagne sui diritti civili alla difesa dell’Europa.


