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Fecondazione assistita, Silvia Salis rivela: “Mio figlio arrivato dopo un percorso difficile”. Poi la scelta sul cognome: “Un segnale per le donne”

La sindaca di Genova racconta il percorso che nel 2023 l’ha portata alla nascita del figlio, avuto con il marito Fausto

Fecondazione assistita, Silvia Salis rivela: “Mio figlio arrivato dopo un percorso difficile”. Poi la scelta sul cognome: “Un segnale per le donne”

Silvia Salis racconta la fecondazione assistita: “Mio figlio Eugenio è arrivato dopo un percorso non semplice”

Silvia Salis racconta per la prima volta pubblicamente il percorso che l’ha portata alla maternità, dalla difficoltà nel concepire alla fecondazione assistita, fino alla nascita del figlio Eugenio nel 2023. In un intervento pubblicato su Repubblica e legato al suo libro “È già domani”, edito da Feltrinelli, la sindaca di Genova ripercorre un’esperienza personale che, scrive, l’ha spinta a interrogarsi sul tempo, sulle scelte di vita e sul futuro delle nuove generazioni.

“Per molto tempo avevo pensato alla maternità come a qualcosa che sarebbe arrivato naturalmente, quando il momento giusto si fosse presentato”, racconta Salis. Una convinzione comune, “soprattutto tra le donne che hanno costruito la propria vita attorno a percorsi lavorativi intensi”. Ma il tempo, osserva, non è sempre flessibile come si immagina: “Si crede che il tempo sia elastico, che le stagioni della vita possano essere spostate come appuntamenti su un’agenda. La realtà è diversa. A un certo punto capisci che il corpo ha un suo calendario e che la maternità, come molte cose importanti, non è sempre una strada lineare”.

Il racconto

Stando al suo racconto, lei e il marito Fausto hanno provato per un anno ad avere un bambino. Nonostante gli esami medici di entrambi fossero nella norma, la gravidanza non arrivava. Da qui la decisione di intraprendere il percorso della fecondazione assistita, un’esperienza che la sindaca descrive come complessa dal punto di vista clinico ed emotivo. “Quando iniziai il percorso della fecondazione assistita provai una sensazione difficile da spiegare. Non era paura nel senso tradizionale del termine. Era piuttosto la consapevolezza di entrare in un territorio dove la vita smette di essere un progetto individuale e diventa qualcosa di più imprevedibile. Per me è importante parlarne, così come ha fatto la deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez nell’agosto scorso, condividendo sui suoi canali social il percorso di congelamento degli ovociti a trentasei anni”, scrive Salis.

Poi l’appello a non vergognarsi e alla necessità sempre più urgente di parlare di “costi e tutele legate alla conservazione della fertilità, un tema che resta in gran parte a carico delle singole persone ma che inizia a stimolare proposte di sostegno regionale (come in Puglia e Toscana)”. La fecondazione assistita, scrive la sindaca, è una tecnologia straordinaria, ma anche “un’esperienza emotiva complessa”, fatta di visite, tentativi, attese e telefonate, che “mette davanti alla parte più vulnerabile di te”.

“Quando finalmente arrivò la notizia che aspettavamo non fummo travolti da un’esplosione di gioia come nei film, ma colmati da una felicità profonda, quasi incredula. Come se il corpo avesse deciso di ricordarmi che la vita, anche quando sembra complicarsi, trova sempre modi inattesi per andare avanti. Durante la gravidanza mi accorsi che il modo in cui guardavo il mondo stava cambiando, alcune domande cominciarono a pesare di più. ‘Che tipo di paese troverà questo bambino?’ ‘Che scuola lo accoglierà?ì Sono quesiti che chi fa politica si pone spesso, ma quando diventano personali assumono un’intensità diversa”, prosegue la sindaca.

Il cognome

Nel racconto trova spazio anche una scelta che Salis e il marito hanno compiuto per il figlio: Eugenio porta il cognome della madre, lo stesso del nonno materno, che ha potuto conoscere il nipote e trascorrere con lui circa un anno e mezzo prima di morire. “Come sappiamo tutti, per secoli in Italia il cognome dei figli è stato automaticamente quello del padre. Una tradizione così radicata, quasi proverbiale, che di rado veniva messa in discussione. Ma nel 2022 la Corte costituzionale ha stabilito che i figli devono poter portare il cognome di entrambi i genitori, nell’ordine scelto da questi ultimi, o anche soltanto quello della madre. Non è un dettaglio amministrativo. È una rivoluzione culturale. È un segnale che sa di parità, di libertà di scelta, di una società che lentamente impara a mettere in discussione consuetudini che sembravano immutabili”, scrive Salis.

Una scelta fatta per “dare un esempio, il nostro piccolo segnale per contribuire a una rivoluzione sociale. Per secoli le donne hanno visto il proprio nome sparire nella genealogia familiare. Dare a mio figlio il mio cognome è stato un modo per dire che quella storia può cambiare. Non significa affatto negare il ruolo del padre (che peraltro nel nostro caso è piuttosto visibile, anche mediaticamente), significa riconoscere che la maternità e la paternità appartengono allo stesso orizzonte di responsabilità”.

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