Il governo ha deciso di impugnare davanti alla Corte costituzionale la legge del Veneto sul suicidio medicalmente assistito perché ritiene che alcuni aspetti della materia debbano essere disciplinati a livello nazionale e non dalle singole Regioni. Il punto centrale non è quindi un divieto generale del fine vita, ma il confine tra competenze legislative dello Stato e organizzazione sanitaria regionale.
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La decisione è stata presa dal Consiglio dei ministri il 5 novembre. Matteo Salvini non ha partecipato alla discussione né alla votazione, mentre il ministro leghista Roberto Calderoli si è espresso contro il ricorso.
Fine vita, cosa prevede la legge del Veneto
La legge regionale n. 17 dell’8 settembre 2026 non introduce formalmente un nuovo diritto al suicidio assistito. Stabilisce invece procedure sanitarie per le persone che possiedono già i requisiti individuati dalla Corte costituzionale: istituisce commissioni mediche multidisciplinari nelle Ulss, disciplina le verifiche, prevede il passaggio attraverso i comitati etici, garantisce l’accesso alle cure palliative e stabilisce la gratuità delle attività previste. La Regione sostiene quindi di essersi limitata a regolare l’organizzazione del proprio servizio sanitario.
Fine vita, perché il governo ritiene necessario l’intervento della Consulta
La questione nasce dai precedenti della Corte costituzionale. Nella sentenza n. 148 del 2026 sulla legge della Sardegna, la Consulta ha ribadito che una Regione non può sostituirsi allo Stato nelle scelte fondamentali sui requisiti e sui delicati bilanciamenti relativi al suicidio medicalmente assistito. Alcuni di questi profili ricadono infatti nella competenza statale prevista dall’articolo 117 della Costituzione.
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Forza Italia ha inoltre chiesto che il Parlamento approvi una legge nazionale, così da evitare discipline differenti tra Regione e Regione e dare un’attuazione uniforme alle pronunce della Corte. Il Veneto contesta però che la propria norma superi quei limiti. Il governatore Alberto Stefani e Luca Zaia sostengono che il testo sia stato modificato proprio tenendo conto delle precedenti sentenze della Consulta e che riguardi principalmente aspetti organizzativi.
Fine vita, cosa succede adesso
Sarà ora la Corte costituzionale a stabilire se e in quale misura la legge veneta rispetti la ripartizione delle competenze. Il quadro nazionale resta quello definito dalla sentenza n. 242 del 2019 sul caso Cappato-Dj Fabo, che ha individuato specifiche condizioni nelle quali l’aiuto al suicidio non è punibile.
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Il contenzioso veneto riapre quindi soprattutto un problema rimasto irrisolto: l’assenza di una legge nazionale organica sul fine vita, nonostante i ripetuti richiami della Corte al Parlamento.
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