Sul fine vita l’Italia ha scoperto una nuova specialità: non decidere a livello nazionale e poi preoccuparsi perché decidono le Regioni.
Santa Sede e Conferenza episcopale italiana chiedono ora una legge statale, capace di evitare quella che viene definita una frammentazione pericolosa delle regole. Un appello che arriva mentre il dossier si allarga anche al Lazio, dove il primo ottobre sono state depositate oltre 13 mila firme per la proposta “Liberi Subito”, destinata ad avviare l’iter in Consiglio regionale.
Il Veneto piace persino Oltretevere
Il modello che sembra raccogliere maggiore attenzione è quello del Veneto, prima Regione governata dal centrodestra ad aver approvato una disciplina sulle procedure di assistenza sanitaria al suicidio medicalmente assistito. Il testo fissa requisiti, verifiche mediche e tempi, muovendosi nel perimetro stabilito dalla Corte costituzionale.
L’idea della Chiesa è semplice: meglio una cornice nazionale rigida che venti versioni diverse dello stesso problema. Monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, insiste sulla necessità di cure palliative, assistenza e accompagnamento, sostenendo che in molti casi una persona ben seguita possa non arrivare a chiedere il suicidio assistito. Una posizione logicamente coerente con la dottrina cattolica. Ma che riporta inevitabilmente al nodo centrale: chi decide, alla fine, quanto una sofferenza sia ancora sopportabile?
Roma rinvia, le Regioni avanzano
Il paradosso è tutto qui. Il Parlamento non ha ancora prodotto una normativa organica, mentre Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna e Veneto si sono già mosse; adesso il Lazio si prepara a discutere una proposta analoga. E così il temuto “far west” regionale rischia di avere un padre molto romano: l’assenza di una legge nazionale.
Per il governo il dossier resta politicamente delicato. Nel centrodestra le posizioni sono differenti e il tema divide anche al suo interno, come dimostra proprio il caso Veneto. Nel frattempo i malati aspettano, le Regioni legiferano e Roma riflette. Sul fine vita, insomma, tutti chiedono regole. Purché a scriverle cominci qualcun altro.


