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Politica
Governo, sicuri che si sia rafforzato?

Una volta, in questa Italia dalle grandissime tradizioni culturali e artistiche, c’era il “Ballo del Qua Qua”. Ora abbiamo esteso le innovazioni alla politica, creando le “Elezioni del Bla bla”. Stamani ho seguito per un’ora e venti minuti la Rassegna Stampa di Radioradicale e ne sono uscito stordito. Non per la difficoltà di comprensione delle diverse tesi e delle diverse argomentazioni, quanto per l’agguato teso ad ogni articolo dalla noia che spingeva il cervello a “staccare”. Le varie opinioni rientravano in queste categorie: previsto, ottativo, azzardato, infondato, discutibile, superficiale, cronachistico, e nessuna di esse risultava veramente interessante. E alla fine mi sono chiesto come mai.

Che il governo esca da questa tornata elettorale “rafforzato” è una stupidaggine, se è vero che la maggioranza di governo ha prima proclamato che, anche in caso di sconfitta “sette a zero” (come è arrivato a “sparare” Salvini) il governo non sarebbe andato a casa. Cioè, quando temevano che gli elettori li squalificassero, gli amici della maggioranza hanno detto che il voto dei cittadini non avrebbe contato: e perché dovrebbe contare ora che hanno soltanto pareggiato?

Ancora una volta, la semplice verità è che il governo non è mai stato a rischio. Esso rimane in piedi perché la stragrande maggioranza dei pentastellati, una volta uscita da Montecitorio o da Palazzo Madama, della politica avrà notizia soltanto dai giornali. Per non dire che dovrà cercarsi un lavoro e non è detto che lo trovi. E poiché questo evento non alletta nessuno, il governo è blindato dalla paura. “E tutto il resto è letteratura”, come scriveva Verlaine.

Ma c’è anche la tentazione. che sembra irresistibile, di cadere nell’eccesso opposto. Prima si è parlato della sopravvivenza del governo, ora molti hanno parlato di un governo che arriverà senza problemi alla sua scadenza naturale, nel 2023. Dimenticando che un governo dura o cade non soltanto per motivi razionali, ma anche per semplici incidenti di percorso, per un calcolo sbagliato, e soprattutto per la semplice follia umana. Mai dire mai.

Il fastidio, per tutto ciò che viene detto, nasce dal fatto che, come spesso avviene nel nostro Paese, in tutta la faccenda non si tiene conto della fondamentale realtà. Da un lato è vero che il governo è sostenuto dal soverchiante interesse dei parlamentari, che pur di non andare a casa voterebbero il rilascio di Barabba e la condanna di Gesù, ma dall’altro la situazione del Paese è gravissima, dal punto di vista economico, tanto che occuparsi delle cose di cui parla questo stesso articolo sembra una dimostrazione di incoscienza. Non a tutti basta – come a Giuseppe Conte – durare qualche giorno di più.

Abbiamo speso oltre cento miliardi per resistere al Covid (senza farcela, economicamente) cioè due volte e mezzo il famoso “Mes”, e le scadenze rinviate ci rincorrono minacciosamente. Tutti parlano del problema di “come spendere la montagna di soldi che deve arrivarci dall’Europa”, senza pensare che il primo problema non è come spenderli, ma come li restituiremo, o come li restituiranno i nostri figli e nipoti. A meno che non consideriamo ineluttabile il fallimento del Paese, e dunque après nous le déluge. In secondo luogo, non è affatto vero che si tratta di una montagna di soldi.

Se noi cento e passa miliardi li abbiamo spesi in sei mesi, quanto ci metteremmo a spenderne duecento, se i mercati ce ne dessero duecento? La verità è che quei duecento miliardi (in prestito e non in regalo) sono condizionati all’accettazione da parte dell’Europa dei nostri piani di rilancio e questo, a mio parere, avverrà soltanto se l’Europa farà finta che i nostri siano dei piani di rilancio, e non di spesa per consumi.

Poi, quanto all’erogazione in concreto, essa non sarà immediata ma spalmata sui prossimi cinque anni, più o meno. E allora dove sono i duecentonove miliardi che devono arrivare in regalo dall’Europa, da un momento all’altro? E con quali soldi il governo scriverà la legge di bilancio, in dicembre? E come farà fronte alla marea di licenziamenti, non appena sarà tolto il blocco? E come farà fronte alla marea di fallimenti, se non si toglie quel blocco? E dove troverà i soldi per pagare la cassa integrazione a milioni e milioni di disoccupati?

Ecco a che cosa pensavo, mentre ascoltavo distrattamente profonde riflessioni sul futuro di Zingaretti, di Di Maio, di Salvini e compagnia cantante. Tutta gente che per me potrebbe anche andare al diavolo, se soltanto non si trascinasse dietro la nostra disastrata nazione. Ecco perché non mi appassiona il problema della rappresentanza in Parlamento della popolazione italiana, una volta detto “Sì” al referendum. Perché la mia impressione è che di governare il Paese non si interessa nessuno. Che ci sia o non ci sia un governo, che sia fucsia o amaranto, a strisce o a palline, e con quale metodo sia eletto, conta poco. L’essenziale è che chi ha conquistato uno stipendio da parlamentare non lo perda.

 

 

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