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Politica

di Antonino D'Anna

Il discorso con cui il Papa ha invocato ancora una volta la pace, nel corso della veglia tenutasi in San Pietro, è certamente un altro punto fermo. Un testo abbastanza equilibrato e rivolto alle parti in causa, ma che scava il terreno sotto i piedi di Barack Obama. Il presidente USA, rivoltosi alla nazione, ha giustificato l'eventuale attacco contro la Siria come un gesto che gli States debbono fare, perché hanno il dovere di intervenire in tutto il mondo contro massacri e regimi dittatoriali. A chi avvolge l'uso delle armi nella stagnola dei diritti e dell'umanità, Jorge Mario Bergoglio ribadisce sobriamente tre punti:

IL PRIMO. Il Papa interviene dicendo: “Abbiamo perfezionato le nostre armi, la nostra coscienza si è addormentata, abbiamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci. Come se fosse una cosa normale, continuiamo a seminare distruzione, dolore, morte! La violenza, la guerra portano solo morte, parlano di morte! La violenza e la guerra hanno il linguaggio della morte!”. Abbiamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci: no, sembra dire Francesco, non ci sono ingerenze di alcun genere né doveri internazionali di alcun tipo che possano giustificare qualsiasi guerra. Questo vale sia per chi, come Obama, predica l'assalto al di fuori dell'egida ONU, che per la Russia di Vladimir Putin che si dice pronta a rifornire di armi l'esercito siriano in caso di attacco yankee.

IL SECONDO. Non c'è giustificazione religiosa alla guerra. Il Papa ricorda l'ulivo della pace piantato a Buenos Aires in Plaza de Mayo insieme agli altri leader religiosi nel 2000. E rivolge il suo appello a “noi cristiani e fratelli di altre religioni”. Più tutti gli “uomini di buona volontà”, tocco giovanneo che disegna la figura di Bergoglio e il suo papato: l'accenno è all'enciclica sulla pace “Pacem in Terris” del 1963 di Giovanni XXIII, l'unica enciclica papale che sia mai stata indirizzata “a tutti gli uomini di buona volontà”. Un vibrante testo di denuncia della guerra e una chiara affermazione della pace (non del pacifismo, che è altra cosa) in senso cristiano. Una pace cioè, come ha spiegato Francesco, figlia di giustizia, perdono, dialogo e riconciliazione.

IL TERZO. La via diplomatica. Il Papa invita le parti in causa, assodato che “la guerra è sempre una sconfitta della pace”, frase che è degna di stare a pari con il “Nulla è perduto con la pace, tutto lo è con la guerra” di Pio XII, ad affermare la pace con la pace. E cioè: con giustizia, perdono e dialogo. Dialogo è una parola che ritorna spesso nell'intervento papale, a sottolineare la necessità che le nazioni si parlino. Ancora una citazione, stavolta dall'intervento di Paolo VI alle Nazioni Unite il 4 ottobre del 1965: “Mai più la guerra!”. Quel “Jamais la guerre!” ripetuto, quasi gridato da Giovanni Battista Montini. Ecco che cosa disse: “Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell'intera umanità!”. A questo il Papa ha fatto riferimento. Insomma, gli strumenti della diplomazia e dell'incontro possono aiutare a uscire da questa crisi a patto che chi governa le nazioni lo voglia: è per questo – suggerisce Francesco – che è necessario che i governanti dicano “sì, lo vogliamo”, all'invito a percorrere la strada della pace. Perché, ricorda Bergoglio, questo è possibile. Le parole forti del Papa non possono ammettere interpretazioni. Non c'è insomma la possibilità di una qualsiasi guerra “giusta”, per questo pontefice. Non ci può essere ingerenza umanitaria, come sostenuto sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. Non ci sono guerre giuste, dice Francesco, ma solo sbagliate.

L'R4 DEL PAPA- Per finire, una piccola nota di colore. Molti hanno visto una Renault 4 bianca utilizzata dal pontefice per spostarsi in San Pietro. È una 850 senza finestrini posteriori apribili degli anni '80, targata Verona e ha percorso oltre 300.000 km. L'R4 – riferisce “L'Adige” era di don Renzo Zocca, 69 anni e una vita spesa per gli ultimi, che aveva offerto la sua anziana vettura a Bergoglio. Il Papa ha gradito il dono e ha telefonato per chiedergli quando gliel'avrebbe portata. Detto, fatto: don Zocca ha portato l'R4 in Vaticano “di persona personalmente”, per dirla alla Camilleri, insieme ad un gruppo di suoi fedeli.

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