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Politica
Renzi e la stizza per il reato di lesa maestà

di Ernesto Vergani

Difficile dissentire dalla frase “La lealtà non è fedeltà acritica”, utilizzata dai due senatori Pd, Vannino Chiti e Maurizio Migliavacca, per chiedere di entrare nel merito del documento dei 25 senatori Pd sul percorso delle riforme volute dal governo di Matteo Renzi. Dall’altra parte è un fuoco di fila di prendere o lasciare: lo stesso Matteo Renzi in quel di Tokyo (“Andiamo avanti”); il presidente Pd Matteo Orfini via twitter (“Incredibili minacce di Vietnam parlamentare); la ministra Maria Elena Boschi e il vicesegretario Debora Serracchiani, che dicono sostanzialmente, e significativamente, la stessa cosa (“L’alternativa è consegnare il Paese a Grillo e a Salvini”).

La libertà di coscienza, il diritto di critica e di espressione, la libertà in genere sono una prerogativa di tutti i cittadini in una democrazia. Per questo sorprende che il premier Matteo Renzi e i suoi fedelissimi non riescano a trovare l’accordo o a persuadere la minoranza interna del Pd. Dall’altra parte, con processo inverso, sorprende che la minoranza Pd rischi di fare sfumare l’occasione storica di realizzare il cambiamento in Italia. Da che mondo è mondo il potere è in più che sufficiente parte fine a se stesso. Sostanzialmente è un ambito vuoto (si pensi al film “Il Dottor Stranamore” di Stanley Kubrick) e per questo necessita di prove di esistenza (di forza). Clima contagioso per chi è vicino al potere e per i meccanismi di ossequio/timore che ingenera un po’ in tutti. Ma, come insegna la storia, e si guardi ad Alessandro Magno (ma basti anche, mutatis mutandis, l’esempio di Silvio Berlusconi), alla fine prevalgono le amicizie più antiche e una certa capacità di stare nell’ombra.

Ciò che gravita intorno al potere risulta ingigantito, ma anche sminuito negli aspetti più paradossali, nell’epoca della comunicazione, del marketing della politica, proprio perché comunicazione e marketing sono caratteristiche secondarie della politica. Complici i giornali e i media, e persino la satira, che pure ne risentono e alimentano, più o meno consapevolmente, il mito del potere, gli stessi Vannino Chiti e Maurizio Migliavacca parlano di lesa maestà: “Nel Pd attuale c'è spazio per chi abbia posizioni diverse su riforma della Costituzione, scuola, lavoro e welfare oppure è un disturbo insopportabile, un delitto di lesa maestà?”.

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