Partecipate, scatta “l’anno bianco”: caccia alle poltrone
C’è un’espressione che in queste settimane circola sempre più spesso nei corridoi delle grandi partecipate pubbliche: anno bianco. Non nel senso costituzionale del termine, naturalmente. Ma nel senso politico più concreto e brutale: un anno sospeso, un anno di transizione, un anno in cui tutto sembra ancora fermo e invece tutto si muove. Perché tra dodici mesi il quadro politico potrebbe essere radicalmente diverso.
I sondaggi nazionali più recenti raccontano un centrodestra meno granitico di quanto apparisse fino a pochi mesi fa. Alcune rilevazioni danno il cosiddetto campo largo ormai in grado di superare o comunque avvicinare la maggioranza, mentre la Lega appare schiacciata tra il logoramento del governo e la concorrenza a destra di Roberto Vannacci. Una settimana fa la sentenza di SWG, che ha stimato un’alleanza di centrosinistra Pd-M5s-Avs-Iv sulla carta al 43,8% dei consensi mentre il centrodestra si fermerebbe al 43,4, il dato più basso dal 2022.
È dentro questo clima che va letto il grande movimento negli staff ministeriali e nelle partecipate: Eni, Leonardo, Poste, Enav, Terna, Fincantieri, Ferrovie. Non solo nomine di vertice, non solo amministratori delegati e presidenti. La partita vera si gioca anche sulle seconde e terze linee: comunicazione, relazioni istituzionali, affari regolatori, rapporti con il Parlamento, snodi riservati tra aziende pubbliche e ministeri.
Chi oggi prova a entrare in una partecipata non cerca semplicemente un nuovo incarico. Cerca una sponda, una protezione, un atterraggio morbido prima che l’anno bianco, appunto, finisca. Perché se tra un anno il vento dovesse cambiare davvero, molte delle figure cresciute all’ombra di ministri e sottosegretari potrebbero sparire con la stessa rapidità con cui sono comparse. E nel cosiddetto deep state — quello vero, fatto di strutture, burocrazie, diplomazie industriali, apparati e memoria amministrativa — le forzature non sono mai piaciute.
Il caso più raccontato, in queste ore, è quello di Francesco Kamel. Il Domani lo ha indicato tra i profili in movimento verso Leonardo, voluto e sostenuto – si mormora – da Arianna Meloni al fianco di Piantedosi come portavoce. Kamel in precedenza aveva già gestito la comunicazione di Agenzia Nazionale Erasmus+ Indire e in Leonardo – come scritto – potrebbe andare a ricoprire il ruolo di capo della comunicazione.
Il suo non sarebbe però l’unico nome in circolazione. Il vero profilo che molti citano a bassa voce sarebbe quello di Giovanna Ianniello, storica ex portavoce della premier. Secondo diverse fonti, il suo nome sarebbe valutato per una grande azienda strategica. Nulla di formalizzato. Ma il fatto stesso che il nome circoli dimostra quanto la seconda linea del potere pubblico-industriale sia oggi terreno di riposizionamento.
Anche altri portavoce di pezzi da Novanta del governo potrebbero eventualmente muoversi verso una partecipata e si sono accesi i riflettori in particolare su Enav, che ha al timone un manager di esperienza, vicino al Carroccio, come Igor De Biasio. Stabile invece la posizione di Valeria Venuto, ex segreteria politica di Ignazio La Russa, molto apprezzata ai vertici delle relazioni istituzionali di Anas.
Novità potrebbero profilarsi anche per Fincantieri, dove si starebbe valutando la possibilità di ricercare un direttore delle relazioni istituzionali. Una casella non secondaria, in una fase in cui cantieristica, difesa, Mediterraneo, energia, infrastrutture e diplomazia economica si tengono insieme come mai prima.
Anche Ferrovie attraversa una scia di movimenti. La campagna mediatica rilanciata da Matteo Renzi ha riacceso i riflettori sul gruppo ferroviario. Ma secondo chi conosce i dossier interni, il vero scossone sarebbe già in corso da settimane, con diversi cambi e allontanamenti previsti o già effettuati, come quello di Antonio Cannalire. Il dirigente era comparso nelle cronache giudiziarie per la vecchia vicenda Bpm: un’inchiesta pesante, conclusa poi — secondo le ricostruzioni di stampa — con il suo proscioglimento.
Ma il suo allontanamento è stato letto da alcuni interni come un passaggio sensibile. A pesare ci sarebbe anche il clima prodotto dall’inchiesta sugli appalti che a fine marzo ha scosso Rfi e il ministero della Difesa. Nei corridoi di Villa Patrizi c’è chi ricorda che quella gara da 400 milioni per la cybersecurity aveva insospettito, se non altro per dimensioni, il nuovo vertice di FS subentrato a giugno 2024. Ne era nato un Audit che aveva tenuto in stand by l’affidamento per più di un anno. Dicerie, finora, ma che contribuiscono ad alimentare rumors e indiscrezioni.
Ed è proprio questo il punto vero. Le partecipate sono entrate nel loro anno bianco. Tutti si muovono, tutti provano a trasformare un rapporto politico in una posizione. C’è chi entra e c’è chi esce. Ma nell’anno bianco nulla è davvero definitivo. E tra dodici mesi, quando il quadro politico sarà più chiaro, qualcosa potrebbe cambiare.

