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Meloni: “Io al Quirinale? Non è nei miei piani, voglio un altro mandato”. Poi alla sinistra: “Basta con il razzismo culturale”

La premier in un’intervista a Bruno Vespa per il nuovo libro in uscita: “Sono concentrata a chiedere agli italiani di confermarmi la fiducia, ma un conservatore può ambire il Colle”

Meloni: “Io al Quirinale? Non è nei miei piani, voglio un altro mandato”. Poi alla sinistra: “Basta con il razzismo culturale”

Il Quirinale non rientra nei suoi progetti, almeno per il momento. Giorgia Meloni guarda alle prossime elezioni politiche e punta a ottenere dagli italiani un secondo mandato alla guida del governo. La presidente del Consiglio lo chiarisce nelle anticipazioni del libro di Bruno Vespa, “Storia della Seconda Repubblica. Da Berlusconi a Meloni, da Prodi a Schlein”, in uscita domani per Mondadori-Rai Libri, nel quale affronta anche il tema della possibile elezione di un presidente della Repubblica espressione del centrodestra, la sconfitta al referendum sulla giustizia e il confronto con le opposizioni in vista del voto del 2027. “Sono totalmente concentrata a chiudere bene questo mandato e a chiedere agli italiani di confermarmi la loro fiducia per altri cinque anni. Il Quirinale non è nei miei piani”, afferma la premier. Subito dopo, però, precisa: “Detto questo, non si capisce perché debba fare scandalo l’idea che una personalità di cultura conservatrice possa un giorno ambire a quel ruolo”.

Un passaggio che apre a una riflessione sul futuro della presidenza della Repubblica e sulla possibilità che, alla prossima occasione, sia una maggioranza di centrodestra a indicare il successore di Sergio Mattarella. Su questo punto Meloni contesta quella che definisce una preclusione culturale da parte della sinistra. “Ma chi lo ha detto che per essere un ottimo presidente della Repubblica si debba per forza venire dal centrosinistra? Trovo insopportabile questo “razzismo culturale” per il quale una parte degli italiani, su per giù la metà o più, debba sempre essere considerata figlia di un dio minore, in molti casi da gente che da giovane faceva il tifo per l’Unione Sovietica. Anche basta”. La presidente del Consiglio aggiunge che “le crisi isteriche che vengono alla sinistra ogni volta che si adombra la possibilità che, la prossima volta, possa essere una maggioranza di centrodestra a indicare il presidente della Repubblica la dice lunghissima sulla concezione proprietaria che hanno delle istituzioni”.

Nel libro di Vespa trova spazio anche il bilancio della riforma della giustizia, bocciata dagli elettori al referendum. Meloni non nasconde la delusione per il risultato e ribadisce la convinzione che il progetto rappresentasse un’occasione importante per il Paese. “L’ho detto e lo ripeto: per me si è persa una grande occasione. Non per Giorgia Meloni o per il governo, ma per l’Italia”, dichiara la premier. Secondo la presidente del Consiglio, la campagna referendaria avrebbe assunto una connotazione prevalentemente politica, a discapito del confronto sui contenuti della riforma. “C’è chi dice che abbiamo fatto una campagna un po’ troppo tecnica, con argomenti di merito apparentemente distanti dall’immediata comprensione dei cittadini. Mentre, dall’altra parte, abbiamo avuto contro una propaganda esclusivamente politica, quasi sempre falsa nei contenuti e con toni apocalittici”, osserva.

Meloni ricorda quindi le accuse rivolte alla riforma durante la campagna referendaria: “La subordinazione del potere giudiziario alla politica, i pieni poteri, l’attentato alla Costituzione e altre invenzioni del genere, che alla fine hanno però portato a una mobilitazione, appunto tutta politica, di tutto l’elettorato antidestra, e forse anche di una fetta consistente di elettorato antipolitico”. La bocciatura referendaria, tuttavia, non avrebbe archiviato le ragioni che avevano spinto il governo a intervenire. “Considero, però, che le motivazioni che ci hanno spinto a varare quella riforma che l’Italia aspettava da decenni siano ancora tutte in campo e che dovremo continuare a lavorare per migliorare la giustizia, renderla più efficiente e meritocratica, liberando la magistratura dalla piaga delle correnti, che rappresentano quelle sì la subordinazione della giustizia alla politica”. La premier si dice inoltre disponibile a un confronto con chi, pur avendo contrastato la riforma, abbia successivamente manifestato aperture su alcuni dei suoi contenuti: “Ho letto alcune recenti prese di coscienza da parte di taluni che avevano contrastato con forza la nostra riforma, mi auguro siano sincere e che si possa lavorare per migliorare ciò che si può migliorare”.

Lo sguardo si sposta infine sulle elezioni politiche del 2027 e sul confronto con il centrosinistra. Meloni prevede che la campagna elettorale sarà caratterizzata dal ritorno dell’allarme antifascista e dalle polemiche sui rischi per la democrazia legati alla permanenza della destra al governo. Una strategia che, a suo giudizio, non avrebbe prodotto risultati nel 2022 e non sarebbe destinata a funzionare neppure alla prossima tornata elettorale. “I cittadini sono molto più maturi di quanto spesso la politica, soprattutto a sinistra, sia solita pensare; che sanno distinguere i diversi tipi di elezione e la diversa posta in campo, e immagino sapranno farlo anche quando si voterà l’anno prossimo per le politiche”. Poi l’affondo: “Sicuramente ci sarà il tentativo di creare il solito “allarme democratico”, lo si vede già nell’enfasi creata attorno alla valutazione che la Corte costituzionale farà della legge elettorale. E, ovviamente, lo vedremo anche nella prossima campagna elettorale, del resto è l’unica posizione condivisa nel Campo largo”. “L’allarme antifascista non ha funzionato nel 2022, a maggior ragione non credo funzionerà nel 2027“, aggiunge la premier. Meloni rivendica quindi l’operato del suo esecutivo: “Dopo questi anni di governo, nessun italiano intellettualmente onesto può sostenere che il governo abbia compresso alcuna libertà”.

E aggiunge che, a suo avviso, “se qualcosa si è fortemente radicalizzato in Italia, è proprio l’opposizione al governo, in un costante inseguimento sempre più a sinistra tra AVS, il M5S e il Pd, con il ruolo di una Cgil sempre più oltranzista e di movimenti antagonisti sempre più violenti, dai quali questa sinistra fatica a prendere le distanze senza se e senza ma. È la sinistra, e non la destra, che deve fare paura”.

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