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“Meloni tra brindisi, chiacchiere e…”. Il dietro le quinte della premier al raduno degli Alpini

Il presidente dell’ANA racconta dell’incontro con Giorgia Meloni, del terremoto del ’76 e quella “cocciutaggine” tutta alpina che non vuole arrendersi al folklore

“Meloni tra brindisi, chiacchiere e…”. Il dietro le quinte della premier al raduno degli Alpini

Meloni “arruolata” per un giorno: selfie, maglietta e una fuga dal protocollo tra gli Alpini. Il racconto del Presidente Sebastiano Favero

C’è un dettaglio che Sebastiano Favero, presidente nazionale dell’Associazione Alpini, racconta quasi di passaggio: lui, sul palco, non si è mosso. “Avevo il dovere morale di restare lì, per ringraziare tutti”, dice ad Affaritaliani. È la presidente del Consiglio, semmai, a scendere dietro le quinte per un momento più informale, conviviale, lontano dai riflettori. Per un brindisi e un saluto, una chiacchiera e una risata. Un piccolo capovolgimento di prospettiva che dice molto di come l’ANA vive certe giornate: con i piedi ben piantati nel protocollo, ma il cuore altrove. È il giorno dopo il Raduno del 3° Raggruppamento Alpini del Triveneto, che ha visto la presenza inaspettata, a Gemona del Friuli, in provincia di Udine, del presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Una giornata che, raggiunto dalla nostra testata, definisce “preziosa e piena di gratitudine”.

Della Gran Croce ricevuta a Gemona, Favero parla con la sobrietà di chi è abituato a leggere i gesti istituzionali per quello che sono: “La presenza di una delle massime istituzioni è un segno positivo, simbolo della vicinanza che le istituzioni hanno da sempre verso l’associazione”, dice, ricordando che l’adunata di quest’anno cadeva proprio nei “50 anni del terremoto” e che il riconoscimento ha premiato “l’impegno che continua”.

E quando gli si chiede della frase più chiacchierata della giornata – quel “bisogno di un po’ di sano orgoglio nazionale” pronunciato da Meloni – Favero non ci gira intorno, ma riporta tutto a casa propria: “L’abbiamo letto come un riconoscimento a un’identità che gli Alpini coltivano in tutti i momenti, da 107 anni di vita”. Tradotto: l’orgoglio nazionale, se lo cercate, lo trovate da sempre sotto un cappello con la penna.

Certo l’ANA – sottolinea il Presidente – è un’associazione storicamente apartitica. C’è, dunque, il rischio che momenti come questo vengano letti come una strumentalizzazione politica della propria storia e della memoria? “No, non c’è”, afferma netto. “L’Associazione è apartitica, e lo confermo, ma accoglie tutte le istituzioni, tutti i parlamentari nei loro ruoli, tutti gli assessori, e lo fa per il loro ruolo istituzionale, non per il partito di riferimento. Ieri, con noi, c’erano tantissimi Sindaci”, dice. Insomma non una questione di colore politico, ma rispetto delle cariche.

Il filo che lega Gemona ’76 a oggi

È quando si arriva al terremoto che la voce di Favero si fa più densa di memoria. Quel legame, racconta, nasce da lontano: “Tantissimi di noi avevano fatto la leva nelle truppe alpine proprio in territorio friulano, e quel rapporto col territorio fece la differenza. Già la mattina dopo il sisma, l’allora presidente Bertagnolli era a Udine per coordinare gli interventi di emergenza e il 20 maggio, a Gorizia, una riunione mise in piedi addirittura 11 cantieri di lavoro. Non solo per l’emergenza, ma per la ricostruzione vera e propria”. Una formula, dice Favero, che l’associazione ha sempre applicato da allora e che spiega perché il modello “Alpini-ricostruzione” sia stato richiamato anche dopo Abruzzo ed Emilia-Romagna. Il segreto, secondo il presidente, sta nella capacità organizzativa di una generazione che aveva fatto naja o era addirittura reduce della Seconda guerra mondiale: “Gente abituata a organizzarsi in squadre e coordinare disposizioni e squadre operative in modo omogeneo”, dice fieramente.

E infatti, sul servizio civile o militare obbligatorio per i giovani – battaglia che Favero porta avanti da tempo – il presidente non arretra di un passo: “Gli alpini hanno come riferimento le montagne, siamo teste dure”. Un servizio obbligatorio, spiega, non sarebbe “tempo perso” ma un modo per trasmettere alle nuove generazioni “senso di identità e appartenenza, condivisione e solidarietà. Noi siamo così, cocciutamente testardi”.

Tra folklore e naja

C’è chi dice, però, che le grandi adunate siano oggi più festa che memoria della naja. Favero non lo nega del tutto – “che ci sia una componente di folklore può essere vero” – ma rivendica che dietro l’afflusso di pubblico ci sono comunque i soci, che vengono “per stare insieme” e vivere “qualche momento significativo”, come la grande sfilata della domenica. E sulla maglietta-souvenir che Meloni ha mostrato fiera alla folla, mette le cose in chiaro con un sorriso: non è un gadget dell’associazione, ma un’iniziativa esterna che l’ANA si è limitata ad autorizzare, “per scopi benefici” ben precisi. Chiusa la parentesi Gemona, Favero guarda già al prossimo capitolo: i campi scuola, “più di cento”, che impegnano ragazzi dagli 8 ai 14 anni e giovani dai 16 ai 25, in giro per l’Italia. Tutto, ribadisce, “con spirito alpino”: gratuitamente, come sempre.

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