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Palazzi & potere
I parlamentari che hanno preso il bonus sono cialtroni. Ma chi ha approvato...

Non so, e forse non lo si saprà mai, se la notizia dei parlamentari che hanno chiesto e ottenuto il bonus da 600 euro destinato alle partite Iva sia frutto di una fuga di notizie non pilotata dal potere politico, oppure faccia parte di un preciso disegno per destabilizzare ancora di più il Paese, scrive Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi. Nell'uno e nell'altro caso la questione è stata gestita in un modo volutamente grossolano, minando lo stato di diritto e introducendo nel nostro sistema una nuova categoria di obblighi. Quello di non ottemperare alla legge laddove essa consente, anzi consiglia certi comportamenti. Perché, questo è il punto da tenere presente, chi ha chiesto il bonus ha esercitato un suo diritto, previsto da una precisa norma di legge, mal fatta, ma sempre legge. La vicenda avrebbe quindi dovuto essere presentata e analizzata sotto due punti di vista. Da una parte infatti c'è indubbiamente la cialtroneria umana di chi (i parlamentari) già percepisce un appannaggio di 13 mila euro mensili più benefit vari (dal segretario personale, al telefono e ai viaggi gratis, ai pranzi scontati e via dicendo) e che, particolare da non trascurare, non hanno subìto dal Covid nessun danno economico. Costoro, per buona creanza, avrebbero dovuto rinunciare anche a questo ulteriore e, in fondo, misero introito. E la rilevanza della cialtroneria dipende anche dalla modestia del bonus, a dimostrazione che costoro non lasciano cadere niente, arraffano tutto.

Ma questo comportamento può essere giudicato solo politicamente, sul piano cioè della educazione, del senso del limite, della opportunità, dello stile e, se vogliamo, persino del buon gusto. Non certo sul piano di sanzioni amministrative, che non ci possono essere, e nemmeno penali, come molti estremisti vorrebbero invece fossero applicate subito e inflessibilmente, sulla base dei titoli dei giornali o degli strilli diffusi dalla rete.

Abbiamo già detto che questi accaparratori dei 600 euro sono dei cialtroni, ma altrettanto indubitabilmente non sono dei ladri. Se non teniamo distinte queste due valutazioni che distinte sono, lediamo lo stato di diritto e introduciamo nel nostro sistema ulteriori dosi di Stato Etico, lo stesso che tanti e immani disastri ha provocato durante il secolo scorso nel mondo a danno di milioni di persone e della libertà di tutti.

Ma molto più cialtroni (anche se nessuno di questi ultimi è stato portato sulla scena dei reprobi) sono il governo e i parlamentari che hanno votato queste norme che hanno reso legale l'accaparramento dei 600 euro anche da parte di coloro (e non sono solo i parlamentari) che non ne avrebbero assolutamente bisogno e che hanno quindi approfittato di questa legge mal congegnata per potersene servire del tutto legalmente.

In nessun paese decente, al mondo, si erogano contributi alle persone in difficoltà economica senza porre almeno un tetto rispetto al reddito da esse percepito e ciò, appunto, per evitare ciò che è successo adesso. E cioè elargire legalmente redditi che dovrebbero venire incontro a chi ha l'acqua alla gola anche a chi, nell'acqua, semmai ci fa il bagno, magari tuffandosi anche dalla barca.

Ma a questo punto è opportuno anche porsi il motivo per cui è scoppiato questo scandalo con una virulenza inaudita e che poi, come vedremo, si è subito spento come se non si fosse mai divampato prima. La tecnica adottata è la stessa che veniva applicata nella prima guerra mondiale quando si diffondevano spesse coltri fumogene per coprire un attacco frontale da parte di grandi masse di truppe che potevano avanzare coperte da una nube che di fatto le rendeva invisibili.

La vicenda dei bonus ai parlamentari è infatti riuscita a far scomparire dallo schermo dell'opinione pubblica una vicenda politicamente inquietante, svelata dal fatto che un gruppo di cittadini era riuscito, attraverso una precisa azione giudiziaria, a far desecretare, almeno in parte, i verbali del marzo scorso delle sedute del cosiddetto Comitato tecnico scientifico (Cts) insediato da Conte e che il premier diceva fosse il responsabile esclusivo delle sue scelte in ordine alla lotta al coronavirus. Conte si era sempre presentato come il semplice esecutore delle indicazioni del Cts.

Che qualcosa bollisse sul fuoco, lo dimostrava anche il fatto che Conte aveva inizialmente opposto il divieto della pubblicizzazione dei verbali del Cts. Costretto dal Tar a renderli pubblici, Conte aveva bloccato la procedura ricorrendo al Consiglio di stato. Salvo poi rendersi conto che la sua posizione era diventata insostenibile per cui, aperti i verbali, si è appreso che il Cts non ha mai chiesto a Conte di applicare il lockdown a tutto il paese ma solo alle regioni (che erano la minoranza, numericamente) massicciamente aggredite dal Covid. Quindi, contrariamente a ciò che Conte aveva ripetutamente detto in sede istituzionale, ai magistrati e all'opinione pubblica, la decisione del lockdown in tutto il paese, con enormi danni economici specie per le regioni del Sud, è stata una decisione da lui presa indipendentemente dai suggerimenti del Cts.

Analogamente, mentre scoppiava il petardo del bonus, erano in corso delle votazioni delicate sulla piattaforma Rousseau per estendere al terzo mandato la rieleggibilità degli esponenti M5s, cassando così una norma che il fondatore del Movimento, Gianroberto Casaleggio, aveva detto che costituiva il pilastro stesso del Movimento, tolto il quale sarebbe venuto giù tutto. Proprio grazie a questa norma, il Casaleggio senior diceva che i pentastellati si connotavano come un Movimento e aborrivano di essere un partito, cosa nella quale, con questa votazione, si sono adesso trasformati. Nelle stesse ore inoltre si perfezionava l'accordo fra Di Maio e Zingaretti per un'intesa politica ed elettorale fra M5s e Pd che, appena si è percepita in tutte le sue implicazioni, ha suscitato vibrate polemiche e un inizio di rigetto da entrambe le parti.

Ma adesso che il polverone bonus ha prodotto il suo effetto fumogeno e diversivo, bisogna cercare di spegnerlo per evitare che divampi con effetti collaterali. Dei cinque parlamentari implicati con il bonus, tre lo hanno preso (e si sa chi sono) e due pare lo abbiano solo chiesto (e sono, per il momento, ignoti). Restano inoltre coperti i circa 2 mila amministratori pubblici che si dice abbiamo chiesto il bonus pur essendo magari assessori regionali o dirigenti di importanti aziende pubbliche. Entrambi ben retribuiti. A questo punto è nato subito il balletto legal-burocratico fra, inizialmente, l'Inps e l'Autorità della privacy subito esteso da quest'ultima all'Anac (l'Autorità anticorruzione). I nomi dei richiedenti/beneficiari li conosce l'Inps che però attende l'autorizzazione da parte della Privacy prima di renderli noti. La Privacy si tira subito fuori dicendo che non può esprimere pareri preventivi sulla vicenda ma può intervenire «solo successivamente» se l'Inps negherà l'accesso. Intanto però invita l'Inps a controllare «quanto riportato nelle linee guida dell'Anac» verificando inoltre se esiste «la possibilità di rendere ostensibili i dati» (sì, ostensibili come la reliquia del sangue di San Gennaro) .

La conclusione? I due enti responsabili della decisione di rendere «ostensibili» i dati si rinviano l'un l'altro la palla con una grande abilità di gioco lessicale. I politici che facevano il diavolo a quattro nel momento da loro ritenuto più opportuno, sono scomparsi dalla scena del bonus corrotto e corruttibile. Hanno altro a cui pensare e poi non vorrebbero rimanere con le dita nella porta dello scandalo per modo di dire. Vadano avanti gli altri, sembrano dire. Se ce ne sono. Non ce ne saranno.

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