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Palazzi & potere
PD, BETTINI SUONA LA CARICA NEL NOME DI ALDO MORO

Alla vigilia della direzione nazionale del Pd, tutta giocata all'insegna della possibile resa dei conti, fortemente evocata ma forse all'ultimo sospesa, una sala del Parlamento europeo di Strasburgo ha messo insieme un nucleo di deputati dem attorno alla rilettura del pensiero di Moro.

L'occasione prevedeva un dibattito sulla raccolta degli scritti giovanili (1943-1945) dello statista pugliese. Da mesi il curatore del volume, Lucio D'Ubaldo, un "democratico popolare" cresciuto alla scuola della sinistra dc, gira l'Italia a discutere sul futuro del cattolicesimo democratico, dentro e fuori l'esperienza del Pd.

Ecco, appunto, dentro o fuori? Ieri a Strasburgo è tornato in campo Goffredo Bettini: lui ha voluto il dibattito, lui ha organizzato la folta delegazione italiana. Massimo De Simoni ha diretto i lavori. David Sassoli ha portato il saluto di Antonio Tajani, impegnato a Parigi per i funerali di Stato in onore di Simone Weil. Diversi i parlamentari in aula (Renato Soru, Silvia Costa, Andrea Cozzolino, Luigi Morgano) oltre alla relatrice Patrizia Toia: unico assente Enrico Gasbarra ("ma lui da ragazzo era andreaottiano, non moroteo", ha chiosato maliziosamente uno degli organizzatori).

Bettini ha tenuto una vera e propria lezione insistendo a più riprese sui temi che il giovane Moro poneva all'attenzione dei suoi interlocutori. Già nel biennio cruciale '43-45, nella Bari libera del Piccolo Regno del Sud, la rinascita delle democrazia si accompagnava a forme distorte d'interpretazione della lotta politica, con la ripresa dei vizi del morente regime fascista. Moro denunciava la pretesa di ridurre il confronto politico a manifestazione di forza, a gioco di potenza, a puro esercizio di potere. Questo pensiero, arricchito e adeguato alle diverse circostanze, in seguito costituirà il carattere originale e insopprimibile del "moroteismo". È chiaro che la suggestione riconduca al confronto in atto nel centrosinistra, con le dure critiche al metodo renziano, per nulla affine a quello di Moro, in tema di rispetto delle minoranze e valorizzazione del pluralismo. Bettini, senza nascondere la sua giovanile appartenenza al PCI, arriva dunque a sposare le intuizioni e gli insegnamenti racchiusi nella complessa vicenda morotea. Lo fa con slancio, senza remore di natura tattica, pronto a rivendicare la coerenza del "suo" Pd originario - quello incardinato sulla leadership di Veltroni - con la sofistica elaborazione della politica di Moro.

Certo, generosità e slancio, ma nondimeno severità di giudizio per quanto oggi la politica propone di modesto e irriflessivo, all'ombra delle procedure dei "partiti personali", fuori in effetti da parametri autenticamente democratici e dunque accoglienti del libero contributo di ogni militante. A Strasburgo, in conclusione, il confronto su Moro è servito ad affondare la lama arroventata sull'attuale gestione del Pd. Bettini ha suonata la carica

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