Il Partito democratico perno di una coalizione larga e di un centrosinistra competitivo nei confronti della destra. E poi ancora: nessun paletto all’alleanza con il Movimento cinque stelle. Il presidente della Fondazione dem e leader della corrente di sinistra Gianni Cuperlo, intervistato da Affaritaliani.it, non ha dubbi sulla rotta che deve seguire il Pd. Oltre alle sfide imminenti delle amministrative, però, Cuperlo si sofferma anche sulla situazione attuale che vede il partito nella maggioranza di governo. Quell’esecutivo Draghi che proprio il segretario Enrico Letta ha definito l’esecutivo del Pd. E, in merito all’apprezzamento dell’operato della Libia sui salvataggi da parte del premier, non la manda a dire: “Non si può evocare la stabilizzazione della Libia e al contempo fondare quell’obiettivo sul tacere le responsabilità criminali di chi riportando donne, uomini, bambini, nei campi di detenzione li espone a nuove insopportabili violenze e torture”.
Cuperlo, il Pd targato Letta: cosa è cambiato?
E’ cambiato il segretario, l’ottavo nei quattordici anni di vita del Pd, e già questo dovrebbe far riflettere sulla natura e identità di una forza nata per unire i diversi ceppi del riformismo italiano e che nella sua breve stagione ha conosciuto tre scissioni. Due di queste sono state guidate dai segretari più longevi: Bersani e Renzi hanno retto le redini del Pd per oltre nove di quei quattordici anni. Adesso Letta eredita una comunità segnata dalle dimissioni di Zingaretti e che ha bisogno – cito le parole di Enrico il giorno della sua nomina – non di un nuovo segretario, ma di un partito nuovo. Aggiungo, un partito da rifondare nel modo di discutere, organizzarsi, di selezionare una classe dirigente.
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Il Congresso, invece, che fine ha fatto? Non se ne parla più.
Siamo nel cuore della terza ondata della pandemia, con le scuole aperte a singhiozzo e le elezioni amministrative rinviate all’autunno. In questa condizione riempire i circoli e organizzare un congresso era alquanto azzardato. Detto ciò, penso che una discussione su questi anni e soprattutto sul dopo, su quel partito nuovo da costruire, sia fondamentale se vogliamo ridare speranza e voglia di partecipare ai tanti che non hanno smesso di crederci.
Zingaretti si è dimesso da segretario, pronunciando una frase forte come “mi vergogno”, Letta ha esordito usando parole come “torre di Babele” contro il correntismo. Ma la sua crociata contro le correnti non rischia di aizzarle ancora di più?
Le correnti non sono il “male” in sé, almeno se esprimono idee, elaborano cultura politica, avanzano proposte. Diventano una zavorra quando nulla le distingue se non la difesa strenua di rendite di posizionamento. Io non temo una dialettica sincera e anche aspra tra convinzioni diverse perché credo nella possibilità di trovare sempre una sintesi. Temo, invece, un notabilato svincolato dai valori e una politica ridotta a tutela di sé e della propria filiera di potere.
Passiamo alla questione femminile sollevata dal segretario. Per ora, oltre alla vicesegretaria, ha portato due donne alla guida dei gruppi parlamentari dem. Ma è sembrata comunque una manovra dall’alto. Cosa devono fare ora Letta e il Pd per un rinnovamento che non si riveli solo la classica foglia di fico?
Alzare lo sguardo sulla società italiana. Fare della battaglia per la parità di genere una leva di mobilitazione in un tempo segnato dalla crisi peggiore della nostra parabola recente e dove, in forma clamorosa, a essere più penalizzati nella perdita di reddito e ruoli sono i giovani e le donne. Puntare su un piano straordinario per l’occupazione femminile con l’obiettivo di colmare il gap che ci separa dagli altri grandi paesi dell’Europa. Investire sulla formazione a ogni livello, dai nidi ai master, come prima garanzia di accesso a una cittadinanza piena. Se faremo questo credo che anche la selezione delle classi dirigenti, nella politica e non solo, ne trarrà beneficio.
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La strategia delle alleanze. Letta ritiene centrale il dialogo con il M5s. Cosa c’è di diverso, allora, rispetto all’impostazione di Zingaretti?
Sul punto mi pare vi sia una giusta continuità. Lo dico perché in politica i numeri non sono tutto, ma qualcosa contano. Il Pd deve farsi perno di una coalizione larga e di un centrosinistra competitivo verso una destra che la pandemia ha spiazzato nella sua retorica sovranista, ma che è tutt’altro che scomparsa. L’alleanza con un Movimento cinque stelle che Conte si è assunto il compito di guidare è parte costitutiva di questa riflessione e piantare paletti tesi a escludere questo scenario equivale più o meno a consegnare l’Italia a Salvini e Meloni.
Ieri Letta ha incontrato Renzi. Le strade di Pd e Italia viva si separano?
Non lo so e francamente ho smesso di occuparmi del tema dal giorno stesso in cui si è consumata la rottura di Italia viva. L’obiettivo dichiarato allora fu di riservare al Pd lo stesso trattamento usato da Macron verso i socialisti francesi. Mi pare che l’esperimento non sia riuscito.
Dalla storica sezione di Testaccio arriva un messaggio chiaro al segretario: nessun patto con M5s a Roma. Come se ne esce?
L’avversario, a Roma come altrove, è dall’altra parte, a destra. Quindi penso che si debba scegliere il candidato o la candidata più in grado di vincere. Oggi, persino al di là del giudizio sull’operato di questi cinque anni, non mi pare che la sindaca abbia la forza o il consenso necessari a tagliare quel traguardo. Piaccia o meno nelle elezioni, in caso di ballottaggio, prevale chi raccoglie un voto in più, questa dovrebbe essere la bussola per tutti. Per noi come per i Cinque stelle, fuori e dentro il raccordo anulare.
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A proposito di amministrative. Il leader di Italia viva ha messo sul tavolo il nome di Isabella Conti per la città di Bologna. Secondo lei si tratta di una provocazione? O il Pd dovrebbe valutare tale ipotesi?
Nessun nome è una provocazione. Detto ciò, a Bologna c’è un Pd vivo e autonomo che in questi mesi non è stato con le mani in mano in attesa che arrivasse qualcuno da Roma a spiegargli cosa fare. In quella città ci sono figure autorevoli, un sindaco uscente che ha fatto più che bene e un gruppo dirigente responsabile. Sapranno gestire la situazione e compiere la scelta migliore.
Cosa si gioca Letta con queste amministrative?
Il punto è cosa si giocano torinesi e milanesi, triestini e bolognesi, romani, napoletani e cittadini di centinaia di altri comuni, grandi, medi e piccoli. Si giocano il futuro prossimo delle loro comunità, l’idea di città solidali, accoglienti, bene amministrate. Per questo ho fiducia e penso che il voto premierà la qualità del buon governo.
Conte e Letta sono destinati scontrarsi sulla leadership?
Non per forza. Se assumiamo la logica tipica delle democrazie chi avrà più consenso sarà anche naturalmente il leader della coalizione.
Letta ha detto che l’esecutivo Draghi è l’esecutivo del Pd. Ieri, però, il premier ha espresso soddisfazione per l’operato della Libia sui salvataggi in mare, suscitando numerose polemiche anche nel Partito democratico. Draghi ha sbagliato?
Col rispetto dovuto, rispondo di sì. Il tema è dove collochiamo il limite invalicabile della difesa dei diritti umani. Non si può evocare la stabilizzazione della Libia e al contempo fondare quell’obiettivo sul tacere le responsabilità criminali di chi riportando donne, uomini, bambini, nei campi di detenzione li espone a nuove insopportabili violenze e torture. Dalla Libia all’Egitto di Giulio Regeni e Patrick Zaki il capitolo dei diritti umani globali non può che essere un tratto della nostra identità e nessuna realpolitick deve avere il sopravvento sulla battaglia coerente per la difesa di un principio di umanità. Sempre e ovunque.

