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Politica
Pd, sinistra vs riformisti sul nome. Orlando: "Vorrei un Partito del Lavoro"

Battaglia sul nome del Pd tra sinistra e riformisti

Il manifesto per il Nuovo Pd c'è, con l'imprimatur dell'assemblea. Contiene anche quei passaggi che sono stati al centro di un nuovo braccio di ferro tra la componente liberal e quella di sinistra. “Uno Stato regolatore e innovatore è in grado di mettere in risalto la capacità trasformativa delle imprese, correggendo ed evitando al tempo stesso i fallimenti di mercato”, si legge nel documento. Un riferimento che ha rischiato di provocare una spaccatura nell’assemblea che, alla fine, lo ha approvato a larga maggioranza: 18 i voti contrari e 22 gli astenuti. Decisivo è risultato il “Lodo Letta”, quella mediazione che ha impegnato il segretario fino alla tarda serata di ieri. Il lodo prevede che il manifesto sia subito valido e cogente, ma che non sostituisca immediatamente la Carta dei Valori del 2007, strenuamente difesa dall’ala liberal e riformista.

Ma intanto la battaglia continua anche sul nome tra sinistra e riformisti. Come scrive Repubblica, "a decidere dovrebbero essere eventualmente i tesserati al partito. Schlein ha già osservato che «la questione del nome può essere sottoposta agli iscritti, se ne può discutere». Senza offuscare il dibattito congressuale sui programmi, però. «Ora occupiamoci dei temi che riguardano i cittadini: lavoro, clima, lotta alle disuguaglianze».  Schlein aveva detto dal palco: «Non si può essere tutto e il contrario di tutto, perché si rischia di non rappresentare più nessuno».

Come riporta Repubblica, Bonaccini ha risposto con "una sostanziale chiusura: «Non facciamoci più trovare intrappolati in discussioni incomprensibili come quelle sul nome e sul simbolo del Pd. I cittadini ci chiedono di cambiare politiche e tornare a parlare con la base. Non ho tabù sul nome, né sul simbolo, ma trovo surreale discutere di nomi e cognomi e non di contenuti». Resti agli atti, aggiunge Bonaccini: «Posto che a me il nome e il simbolo del Pd, come il manifesto dei valori del 2007, piacciono e li trovo ancora attuali, voglio parlare con gli iscritti di linea politica»". Pure Cuperlo, che fa un discorso appassionato e orgoglioso, ritiene importante «rivendicare la natura del nostro nome». De Micheli sbotta: «Cambiare nome? Ma no! Non se ne parla»", conclude Repubblica.

Un cambio di nome lo ha bene in testa Andrea Orlando, intervistato sempre da Repubblica: "Mi piacerebbe chiamarlo Partito del Lavoro". E aggiunge: "Una discussione che serve soltanto ad aggiornare un’identità definita è assolutamente compatibile con l’azione di opposizione. Il problema di oggi, e spero che sia superato e risolto, è definire un’identità. E questo non è la conseguenza dello Statuto, ma del troppo non detto che si è accumulato nel tempo".

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