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Polonia, minate le basi dell'Unione: l'utopia degli Stati Uniti d'Europa
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Ursula von der Leyen: "Non esiterò a fare uso dei poteri ai sensi dei trattati per salvaguardarli". David Sassoli: “Democrazia a rischio. Misure drastiche contro i populisti: dobbiamo lasciarli senza fondi, siamo di fronte a un vero salto di livello, a un attacco ai nostri valori. Serve una reazione molto ferma." Viminale: "Pressione migratoria in aumento, Unione europea mantenga gli impegni."

Queste le reazioni ufficiali dell'Unione europea a seguito della sentenza della Corte costituzionale polacca che non riconosce la supremazia delle leggi europee e della richiesta di dodici Paesi per finanziare la costruzione di Muri antimmigrazione ai loro confini.

Dopo un'estate di umiliazioni e sbandamenti, superata invocando più Europa e una Forza di Difesa comune, l'autunno ci riserva l'apertura di pesanti contrasti che da nessun osservatore possono essere addebitati a cause e fattori esogeni. Nel caso polacco il conflitto pone in discussione le basi stesse dell'Unione, i Muri evidenziano una profonda spaccatura sul futuro del continente, impraticabile, quindi, anche il ricorso all'annosa narrazione retorica del più potere all'Unione, ambedue le crisi, infatti, hanno origine nell'aspirazione a un minore centralismo.

Certo a considerare le dichiarazioni dei politici Ue non sembra che l'ampiezza del contenzioso sia stata colta appieno, a parte l'inopportuna e comica presa di posizione della Ministra degli interni italiana, insistere su populismo e sovranismo attiene sempre più all'inconcludente modestia del dibattito politico nazionale.

Soffermiamoci con attenzione sui Paesi richiedenti il Muro, tre li possiamo definire sovranisti, quattro di centrodestra, uno di destra, uno di centro, uno a maggioranza popolare, uno socialdemocratico, uno con governo istituzionale in attesa di elezioni e rappresentano una popolazione di circa centotré milioni, quasi 1/4 dell'Unione.

Di conseguenza, contenuti e tenore fanno apparire, finora, la risposta dei leader europeisti del tutto apolitica dettata da un sentimento d'affezione alle proprie convinzioni che faticano a prendere atto della complessità e delle criticità di una precaria costruzione geopolitica. E' un'arma spuntata minacciare, gridare al sovranismo e coinvolgere Salvini in un conflitto che interessa il 45% degli aderenti all'Ue, non calcolando che ad alcuni degli ortodossi non interessano le Mura in quanto protetti dalla propria posizione geografica: Malta e Finlandia, ad esempio.

Da anni andiamo sostenendo che euroscettici alla Salvini non costituiscono un gran problema per l'Unione, non saranno le dirigenze di alcuni partiti a decretarne il tramonto, prive di visioni strategiche, troppo indaffarate nel partecipare alla spartizione di benefici e alla banale conflittualità con gli avversari.

E' l'europeismo che troverà sempre più complesso districarsi nel labirinto in cui è trincerato causa, spessore e povertà, del suo pensiero culturale prima che politico. I sui nemici non sono chi si oppone alla diarchia popolare e socialista, sarà un'inarrestabile consunzione a decretarne il tramonto in uno scenario planetario, a oggi, difficilmente comprensibile per le genti d'Europa. Se così non fosse quanto lontana e diversa, avrebbe dovuto essere la risposta ai polacchi e agli altri undici.

Nel marzo del 1861 Abraham Lincoln, alla vigilia della guerra di secessione, alla fine del suo discorso d'insediamento pronunciò:" Noi non siamo nemici, bensì amici. Non dobbiamo essere nemici. Sebbene la passione possa essere tesa, non deve rompere i nostri legami di affetto. Gli accordi mistici della memoria, che si estendono da ogni campo di battaglia e tomba patriottica ad ogni cuore vivente e pietra del focolare su tutta questa vasta terra, ancora gonfieranno il coro dell'Unione, quando ancora saranno toccati, come sicuramente lo saranno, dagli spiriti migliori della nostra natura".

La guerra non si fermò ma quel giorno fu posata una pietra d'angolo per la nascita degli Stati Uniti d'America. Utopia dicevamo, la nostra, quella che intendiamo nell'accezione e nel razionalismo Campanelliano, che ci induce a riflettere sul significato del nostro conflitto con la povertà della quotidianità della politica quando, ad esempio, all'europeismo che rivendica presunta centralità nella geopolitica del pianeta, sfugge o interessa poco la preoccupante dichiarazione del leader cinese Xí Jìnpíng "la riunificazione con Formosa sarà realizzata e sarà un affare interno cinese".

Anche noi lo diciamo da mesi, nel Pacifico aumenta pericolosamente la tensione ma l'Europa e Borrel sono presi da altro.


* Presidente Società Libera

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