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Politica
La lunga marcia del Quarto Stato: alle radici della Festa del Lavoro

Il povero Pellizza in vita non si vide mai riconoscere il valore straordinario dell’opera che con tanta fatica e tormento aveva creato

Una volta, in una Caritas, a un uomo che non aveva lavoro e andava per cercare qualcosa per la famiglia, un dipendente dandogli delle provviste gli disse:

- Almeno lei può portare il pane a casa.

E lui di rimando rispose:

– Ma a me non basta questo, non è sufficiente. Io voglio guadagnarlo il pane che porto a casa.

Gli mancava la dignità, la dignità di “fare” il pane lui, con il suo lavoro, e portarlo a casa. La dignità del lavoro, sempre più calpestata e vilipesa.

Il rispetto del lavoro e della dignità dei lavoratori affonda le sue radici nella rivoluzione industriale americana e ha una data ufficiale d’inizio: il 1° maggio 1867, giorno in cui nell’Illinois entra in vigore la prima legge delle otto ore lavorative giornaliere, approvata l’anno prima.

Diciannove anni dopo questa storica decisione, la Federation of Organized Trades and Labour Unions decise di far coincidere l’anniversario con il giorno di scadenza limite per estendere tale legge in tutto il territorio americano, pena l'astensione dal lavoro, con uno sciopero generale a oltranza. All’iniziativa aderirono gli operai di Chicago, in particolare quelli della fabbrica di mietitrici McCormick. La polizia, chiamata a reprimere l'assembramento, sparò sui manifestanti inermi, uccidendone due e ferendone molti altri. Per protestare contro la brutalità delle forze dell'ordine, gli anarchici locali organizzarono una contro manifestazione da tenersi nell'Haymarket Square, la piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole. Per la città si scatenò una vera e propria guerriglia urbana che culminò, pochi giorni dopo, con il lancio - da parte degli operai asserragliati - di una bomba fatta di dinamite che uccise 6 poliziotti, ferendo oltre cinquanta persone.

Inutile dire che la reazione delle forze dell’ordine fu altrettanto cruenta, non molto dissimile da quella che il generale Fiorenzo Bava Beccaris scatenò a Milano nel 1898 contro una massa inerme e pacifica, rea solo di protestare contro il raddoppio del grano (da 35 a 60 centesimi al kg), e di conseguenza del pane, deciso dal Regno d’Italia.

In un caso e nell’altro, il numero delle vittime non venne mai stabilito. A Milano fu dichiarato che erano 80, fra i quali bambini e numerose donne. Centinaia furono i feriti e migliaia gli arresti.

Per quel massacro, al feroce monarchico Bava Beccaris venne conferita la Croce di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia, accompagnata da un telegramma di congratulazioni di re Umberto I. Per le grandi masse di lavoratori, invece, «Bava Beccaris diventò “il macellaio di Milano”» che col piombo invece che col lavoro e col pane aveva sfamato gli affamati.

Questi fatti determinarono sia l’assassinio del re due anni dopo, sia la creazione di un capolavoro che rappresenta uno spartiacque non solo nella storia dell’arte, ma anche nella rappresentazione della società: Il #QuartoStato di #PellizzadaVolpedo, conservato al Museo del Novecento e da qualche giorno esposto in una sala di #palazzoVecchio a #Firenze, da dove tornerà all'inizio di luglio. Per dirla con le parole di Pellizza, per la prima volta veniva data forma al «più grande manifesto che il proletariato italiano possa vantare fra l'Otto e il Novecento».

Il primo bozzetto, del 1891, portava il titolo profetico di Ambasciatori della fame, poi cambiato nel 1895 in Fiumana, per arrivare a quello definitivo, Quarto Stato, assegnato in seguito al massacro di Milano.

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