Di Adriana Santacroce
Non sono una che vive di rancori. Per questo le parole con cui Renzi si è difeso, rispondendo a chi lo ha contestato per il volo a New York per la finale di tennis, mi hanno colpito. Un viaggio superfluo, a detta di molti, fatto solo per mettere in prima pagina, ancora una volta, il faccione di fianco a un evento positivo. Ma lui, il presidente del Consiglio, non è in grado di argomentare con chi lo critica. Non è capace di sostenere un dialogo con chi non concorda con il suo atteggiamento spesso sopra le righe. Chi non la pensa come lui è un gufo, sta nella palude, e, in questo caso, vive di rancori. Insomma, il peggio. Un modo di fare che non accetta repliche, con si mette mai in discussione, per nulla ‘democratico’. A guardar bene, però, quel Renzi che non accetta che le sue idee e i suoi gesti vengano criticati è lo stesso che, con assoluta nonchalance, rovescia le posizioni assunte fino a poco prima e si stupisce che gli altri si stupiscano. E allora delle due l’una. O esiste una dialettica in politica di rimbalzo tra le diverse posizioni, come dice il buon senso, o siamo dei monoliti dove il torto e la ragione stanno da una parte sola e non sono intercambiabili.
Come le continue giravolte compiute per rincorrere quel ceto medio che tanto gli serve per arrivare al suo partito della Nazione dove destra e sinistra si confondono nella notte in cui tutte le vacche sono nere. Perché è evidente che il suo PD punta sempre di più a raccogliere elettorato al Centrodestra. Dopo l’eliminazione dell’art.18 e la promessa di abolire la tassa sulla prima casa Renzi non ha fermato la sua corsa verso il mondo ‘moderato’. Tuttora non mi capacito della giravolta del segretario di un partito che, dopo aver detto peste e corna dell’abolizione dell’imu tanto voluta da Berlusconi, la ripete paro paro. È una manovra che avvantaggia i più ricchi, come han detto tante volte proprio gli esponenti del PD. Ma Renzi, ancora una volta, ha sparigliato le carte e l’ha promessa nella prossima legge di stabilità. Ma se su questa contraddizione han parlato un po’ tutti, su quella venuta dopo non ho sentito grandi commenti. Mi riferisco alla critica che il premier ha fatto alla guerra in Libia. Quella che ha fatto fuori Gheddafi e che ha portato, dopo, ai disordini odierni in quel Paese. Quella guerra l’aveva voluta la Francia. In Italia governava Berlusconi, amico personale del dittatore, che aveva fatto di tutto per sottrarsi ma che poi, spinto da Napolitano, non aveva potuto evitare di parteciparvi. Peccato che la Sinistra, la nostra Sinistra, si fosse mostrata subito d’accordo perché il dittatore, quel dittatore, andava eliminato. Da allora tutto il Centrodestra rimpiange quella guerra pur avendovi partecipato. E fin qui nessuna novità. Ma il Centrosinistra no. Era fermo nel difendere quella guerra. Almeno fino all’altro giorno, quando Renzi ha messo in discussione quell’operazione militare. Adducendola a motivo per non bombardare la Siria. Ora. In politica è lecito e anche auspicabile cambiare idea ma questa ennesima giravolta mi lascia di stucco. La guerra contro Gheddafi è stata sbagliata! E lo dice uno del PD! Il segretario del PD.
Qui non si tratta di politiche di destra o di sinistra ma di una metamorfosi progressiva che sta portando il PD lontano anni luce da dove eravamo abituati a vederlo. Sono idee popolari, togliere la tassa sulla prima casa, tenersi buono Gheddafi che, in fondo, controllava la Libia. Questioni facili e propedeutiche al voto di massa. E quindi perché no? Oltretutto nella Destra moderata c’è un vuoto che non accenna a colmarsi ed è una tentazione irresistibile eroderne il terreno e rosicchiare voti. Per aumentare il consenso, ovunque questo sia. E va anche bene, se l’obbiettivo è appunto raggiungere il consenso.
Ma le osservazioni da fare sono due. Primo. Se è lecito per Renzi, e per il PD, cambiare idea dalla politica economica a quella fiscale agli Esteri, perché tutte le idee hanno pari dignità, allora lo è anche per tutti gli altri. Quegli altri che magari non sono d’accordo con un volo di stato a New York e non per questo vivono di rancori. Secondo. Condivisibile cercare di modellare le idee e i programmi verso l’opinione pubblica. Ma uno statista si riconosce non solo perché persegue il consenso. Ma anche perché persegue il giusto.
@AdriSantacroce
