Sembra che a nessuno interessi lo spionaggio emerso in queste settimane ai danni dell’Europa, a parlarne solo il quotidiano “Domani” dove presenta la vicenda di Mario Brero, fondatore dell’agenzia di intelligence privata Alp Service (sede a Ginevra), con passaporto svizzero e italiano, secondo la quale l’8 agosto 2017 si sarebbe recato ad Abu Dhabi per incontrare un ufficiale dei servizi segreti locali, Matar. Poi Arianne Ghersi sempre attentissima a quanto succede in nel mediterraneo con i suoi articoli pubblicati in vari siti. Ma cerchiamo di capire: “Dark PR”, il cui metodo si sostanzia nel diffondere, con discrezione, un’ingente quantità di compromettenti informazioni capaci di screditare i “nemici”. Il costo dell’operazione ammonta circa 6 milioni di euro e l’agenzia opera secondo una precisa scaletta: •schedare i soggetti al fine di aver un quadro il più possibile veritiero •impegnarsi affinché vengano pubblicati articoli negativi del personaggio su testate note così da screditarlo agli occhi dell’opinione “pubblica” •avvalersi degli articoli per riuscire a modificare le informazioni su Wikipedia e sui principali siti correlati •veicolare a tal punto tali informazioni da inserire nei database bancari o delle principali aziende affinché possano essere fonti attendibili per la valutazione di un cliente Risulta quindi lampante come sia correlato il danno reputazionale con quello finanziario. Questo “sistema” è stato usato al fine di ledere la dignità del Qatar mettendolo in cattiva luce come diretto sostenitore dei Fratelli Musulmani. Ipoteticamente, in un mondo sempre più ignorante e superficiale, potrebbe anche non interessarci una guerra intestina tra due potenze del Golfo, ma in tal caso dovremmo trascurare anche l’esistenza di numerosissime vittime “collaterali”: professionisti nel campo della comunicazione (giornalisti) e del mondo finanziario (aziende ed imprenditori).
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Quanto sommariamente descritto sembra contenuto all’interno di documenti dell’agenzia Alp Services, catalogati come “Abu Dhabi Secrets”. In un mondo ormai ossessionato dalla privacy dovrebbe “colpirci” il fatto che un’infinità di informazioni sensibili siano parte di dossier utili a tale fine (bozze di documenti, reports, messaggi, audio, rendiconti finanziari). “Domani”, in collaborazione con Eic (European investigative collaborations), è riuscita ad ottenere circa 17 gigabyte di questo “capitale informativo” e, da questa esigua quantità, ha potuto stabilire quanto appena menzionato. Leader religiosi, attivisti, ministri e politici di vario tipo sono quindi stati coinvolti in questa attività di dossieraggio, ritrovandosi in qualche modo “collegati” ad organizzazioni come i Fratelli Musulmani e, talvolta, anche ad Al Qaeda e all’Isis. Il “piccolo” particolare è che queste “indagini” sono state svolte su suolo europeo, a danno di suoi cittadini, con il preciso intento di agevolare uno stato straniero. Uno dei report più completi in possesso menziona circa 1000 nominativi di cittadini europei e 400 nomi di organizzazioni che l’agenzia presenta come qualche modo collegate alla galassia dei Fratelli Musulmani in Europa.
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Lo schema ha colpito ogni paese del vecchio continente e, ovviamente, anche l’Italia non ne è uscita indenne. Arianne Ghersi spiega: “questa moderna caccia alle streghe non si avvaleva di comprovati rapporti compromettenti, ma si poteva finire invischiati in questa scellerata lista anche a causa di una semplice foto in compagnia di una persona dubbia incontrata durante viaggi istituzionali o per aver collaborato con delle associazioni. Sembra che in questa trama siano stati coinvolti in maniera più o meno inconsapevole anche importanti esponenti accademici del nostro paese”. E per quanto riguarda il “mondo della privacy”? Dove sono tutti coloro che si stracciano le vesti ogni qualvolta un algoritmo intuisce la nostra predilezione per gli spaghetti al pomodoro a discapito delle orecchiette alle cime di rapa? Dibattiti infiniti in talk show imbarazzanti sull’uso delle nostre preferenze a fini commerciali: questi “ben pensanti” cosa e come dovrebbero ora esprimere il loro sdegno? I social, mezzi utilissimi e per certe categorie professionali indispensabili, capaci di “bannare” chiunque esprima un pensiero non allineato al main stream, sono “forse” parte dello schema di spionaggio perpetrato? Perché l’algoritmo colpisce piccole realtà editoriali che subiscono limitazioni/censure per aver pubblicato su un noto social network articoli corredati da foto di personaggi storici protagonisti della seconda guerra mondiale?
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Queste attività di spionaggio sembrano non subire limitazioni e, per quanto abili nel violare i sistemi informatici, è difficile credere che nessuna piattaforma abbia intuito tali illiceità. Ultimo, ma non meno importante, è il danno che si è perpetrato nei confronti delle singole società europee presenti nel vecchio continente. Siamo a conoscenza dell’annosa questione inerente “l’integrazione – rispetto della fede” che infuria i dibattiti quando si nomina l’islam e notizie del genere complicano spropositatamente il quadro d’insieme: senza un reale inserimento nella società, senza vero sentimento di appartenenza da parte di chi professa la fede islamica non rischiamo di correre incontro al paradosso che cittadini europei si “vendano” ad interessi esteri perché scarsamente introdotti nelle comunità e nei tessuti urbani in cui vivono? Se il caso riguardasse persone “autoctone”, unicamente convertiti, incapaci di sentirsi parte del mondo circostante?
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La sconcertante realtà è che paesi extraeuropei hanno la possibilità di manipolare la nostra realtà, arrivando a far porre in discussione agli occhi dell’opinione pubblica alcune persone al fine di screditare le loro reali intenzioni. Sembra che il “mondo islamico” venga ormai concepito come un coeso gruppo dalle intenzioni maligne. Questa generalizzazione è pericolosa perché porta allo scontro anche coloro i quali, pur nel rispetto della propria fede, sarebbero e sono predisposti alla costruzione di reali punti di incontro. L’Europa ha quindi la necessità di includere nel suo patto sociale le comunità islamiche autoctone anche per evitare ingerenze esterne e per scongiurare la possibilità che un sentimento di esclusione, sommato all’emarginazione economica, contribuisca a creare uno scenario alla francese, con le banlieu in fiamme ed in casi estremi, con giovani, che in questi anni, sono passati dalla delinquenza al reclutamento nelle file del terrorismo. Prova di quanto asserito risiede nella sempre maggiore autonomia di alcuni paesi del Golfo e nel fatto che, maliziosamente, un’Unione Europea meno compatta porta automaticamente al congelamento del suo assetto atlantico. Non sia mai, che il tanto profetizzato “scontro di civiltà” di Huntington si riveli una trappola anti europea e non un destino ineluttabile.

