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Politica
Ucraina, Fratoianni: "Bombe e armi chiamano altre bombe e altre armi"
Nicola Fratoianni

Ucraina: Nicola Fratoianni (SI): “Condanna senza appello dell’invasione russa, ma la risposta armata non è quella giusta”

“Nessun tentennamento nel condannare l’invasione russa”, ma nessun dubbio neppure nel ribadire “un no secco all’invio di armi”. Il deputato Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana, spiega la sua posizione ad Affaritaliani.it e, quindi, anche il voto contrario di SI alla risoluzione di maggioranza sulla guerra in Ucraina, dopo le comunicazioni del premier Mario Draghi in Parlamento

D’altronde, la risoluzione che Sinistra italiana ha depositato sia al Senato che alla Camera su questo aspetto era molto netta, impegnando il Governo “ad escludere qualsiasi forma di reazione militare all’attacco russo in Ucraina e di fornitura di armi, a favorire una progressiva descalation e all’apertura di un tavolo negoziale”.

Fratoianni, persino da Fratelli d’Italia è arrivato l’ok alla risoluzione di maggioranza. Lo stesso Zelensky ha chiesto supporto in termini militari.
La nostra è una posizione di condanna senza appello all’invasione russa. Pensiamo che vada messo in campo ogni sforzo per assistere la popolazione ucraina, per aprire corridoi umanitari, assistere i profughi, inviare materiale medico e per lavorare sul piano diplomatico a un immediato cessate il fuoco e a un ritiro delle truppe russe. Crediamo però che la risposta armata non sia quella giusta e che bombe e armi chiamino altre bombe e altre armi. La Storia ci insegna che la guerra si ferma con la pace, con la diplomazia e non con altre guerre. Non solo, ma riteniamo che ci sia anche un altro fronte di discussione.

Quale?
C’è un grande tema che riguarda il contesto. Premesso che l’intervento armato non ha alcuna giustificazione, c’è, infatti, un contesto che non può essere rimosso e riguarda il modo in cui in questi anni si è sviluppata la politica internazionale.

Si spieghi.
Da troppo tempo la politica dei blocchi contrapposti è stata alimentata e tutte le volte che ciò avviene le conseguenze sono destabilizzazione, tensioni e in qualche caso come questo anche conflitti armati. Ecco perché occorre che l’Europa ritrovi una sua autonomia. Penso, infatti, che nella sbornia di atlantismo che occupa il dibattito pubblico la prima vittima sia l’europeismo inteso come la prospettiva di un’Europa capace di costruire una propria fisionomia nel mondo. Una fisionomia di pace, fondata sul multilateralismo sulla smilitarizzazione e sulla cancellazione dei programmi nucleari. Questa, ribadisco, è l’unica strada per la pace. Tutto il resto è, purtroppo, il segno di una politica che si è mossa su altre priorità, come quella dei grandi interessi economici. Faccio un esempio in proposito.

Prego.
Oltre 150 milioni di euro negli ultimi 10 anni sono giunti dalla Russia all’Italia in cambio di armi. E quelle sono le armi che in questi giorni esplodono in Ucraina e che, appunto, rivelano la natura di una politica internazionale nella quale gli affari hanno spesso la priorità rispetto all’interesse generale delle popolazioni. Di tutto ciò credo che si debba prima o poi discutere e penso che lo si debba fare anche in un momento drammatico come quello attuale, fermo restando, ovviamente, la condanna dell’attacco russo e lo sforzo massimo per una soluzione diplomatica della crisi.

Le parole pronunciate dal presidente del Consiglio Draghi sul supporto concreto all’Ucraina, insomma, non l’hanno convinta. Quelle in materia di difesa comune europea, invece, sì?
Un modello di difesa comune europea sarebbe utile a superare altre forme di alleanza come la Nato che hanno radici storiche oggi ampiamente superate. Il punto è che in questi anni la sovrapposizione e spesso la supplenza che la Nato ha svolto, prendendo il posto della diplomazia e della stessa Europa, hanno contribuito ad alimentare la politica dei blocchi contrapposti. Diciamo che siamo di fronte al paradosso della nascita dei grandi imperialismi, di grandi imperi che rischiano di schiacciare tutto il resto. Una dinamica che come sempre produce instabilità e pericoli per tutti coloro che si trovano nel mezzo. Per l’Europa in primis che, ancora una volta, rischia di essere la vittima più fragile di tale scenario.

Crede che il conflitto alle porte dell’Unione europea stavolta sarà input per una svolta?
Questo, purtroppo, non è il primo conflitto dopo la fine della Guerra mondiale. Molti dimenticano la ex Jugoslavia. Anche lì tutto cominciò con il riconoscimento dell’indipendenza della Croazia. Detto ciò, mi auguro sempre che la tragedia della guerra sia l’occasione di cambiamenti in grado di bandirla dalla Storia. Ma se guardo a quello che sta accadendo in queste ore non posso nascondere la mia preoccupazione.

Cosa la rende scettico?
La corsa a indossare l’elmetto e la chiamata alle armi persino nel dibattito intellettuale destano in me una grande preoccupazione. Giocare con le parole talvolta rischia di produrre conseguenze incalcolabili. Il punto fermo, invece, è uno solo: la guerra va fermata ora e va fermata con l’unica alternativa che esiste ad essa e quell’alternativa si chiama pace.

Che pensa infine della richiesta di ammissione immediata in Ue dell’Ucraina da parte di Zelensky?
La discussione sull’allargamento dell’Unione europea ha procedure e criteri stringenti. Ritengo, dunque, che debba avere i suoi tempi e che non si possa immaginare di incardinarla dentro la fase critica del conflitto perché questo rischierebbe di renderla uno strumento di potenziale aggravamento della situazione e non una soluzione. Altra cosa è considerare, invece, seriamente quella richiesta, avviare i percorsi necessari e, su tale terreno, fare tutte le valutazioni del caso.

 

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