Nella Prima Repubblica c’eravamo abituati al fatto che dopo le elezioni tutti i leader di partito si dichiarassero soddisfatti, se non addirittura vincitori. Miracoli del proporzionale, che rendeva tutto relativo e interpretabile.
Oggi la prospettiva concreta è che la prossima importantissima tornata elettorale, le amministrative nelle principali italiane, vedano sconfitti tutti gli schieramenti in campo, a beneficio dei singoli candidati.
Lo scenario è infatti piuttosto eloquente. Nel centrodestra il rapporto tra Salvini e Meloni assomiglia ogni giorno di più a quello di due galli nello stesso pollaio. Con Fratelli d’Italia in continua ascesa, anche grazie alle scelte politiche e comunicative della sua leader, la Lega rischia di pagare pegno allo stallo nella scelta dei candidati. Le vicissitudini legate alle candidature di Bertolaso a Roma e Albertini a Milano andrebbero infatti ascritte principalmente a Salvini, che ha proposto i loro nomi, e una certa malizia frutto dell’esperienza suggerisce di guardare sempre a chi guadagna da certi eventi, quando ci si domanda come essi nascano.
La situazione non è certo più rosea nel centrosinistra, anzi. La tanto evocata alleanza strutturale tra Pd e M5S è miseramente naufragata sia a Milano che a Roma, con tanti saluti agli auspici a più riprese esternati sia dal duo Zingaretti-Bettini, sia dal leader in pectore Conte, la cui era comincia in salita. Nel caso specifico dei Cinque Stelle, il cui travaglio assomiglia molto a quello di chi sta attraversando un divorzio conflittuale, la stessa dichiarazione dell’ex Premier sulla collocazione del Movimento nel centrosinistra rischia di costare carissima. Un conto è una scelta di campo – sofferta quanto si vuole, ma giudicata necessaria da molti osservatori neutrali – ben altro è un annuncio che poi evapora alla prova dei fatti, mettendo in discussione la rifondazione in divenire. Nel caso del Pd, i rumors già riportati da affaritaliani.it vedono Letta già a rischio, se il dato elettorale non dovesse essere soddisfacente.
In questa innaturale prospettiva lose-lose, qualcuno che vince però c’è. Non certo la politica, che appunto rischia di uscire malissimo da questo passaggio, ma senza dubbio i singoli candidati che, in questo desolante quadro, riusciranno a conquistare la fascia tricolore. È tipico dei Sindaci al secondo mandato personalizzare il proprio stile gestionale, affrancandosi dai partiti, ma ci sono significative declinazioni specifiche.
La più evidente è certamente quella di Beppe Sala a Milano: se già nel suo primo quinquennio si era presentato come figura terza rispetto alla coalizione (parlava del Pd come del suo partito di riferimento, ma non ne ha mai preso la tessera), con la recente adesione ai Verdi ha marcato la sua indipendenza dai Dem, che pure sono la principale forza a suo sostegno. A Roma, Virginia Raggi ha già saputo resistere a chi voleva ammainarne la bandiera in un complesso patto di alleanze che avrebbe spianato la strada del Campidoglio a Zingaretti, in cambio della guida della Regione al M5S. Se poi dovesse confermarsi Sindaca, nonostante la concorrenza di Gualtieri, Calenda e un candidato di centrodestra ancora da scegliere, il suo prestigio salirebbe ulteriormente, a tutto svantaggio di altre figure di peso del Movimento. E chi l’avrebbe detto, solo qualche mese fa?

