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Bif&st, Radford: Troisi, il cinema e l’anima in primo piano

di Alessandra Nenna

“Non sento di avere radici. Ho conservato lo spirito e la curiosità del giovane errante”. Michael Radford dialoga in italiano ed evita la mediazione della traduttrice, gli piace calarsi tra le gente con una chiave di lettura in più: il linguaggio degli altri e, dunque, la cultura in senso lato.

Si sottopone alle domande di Maurizio Di Rienzo, giornalista e critico cinematografico, per la penultima Lezione di cinema del Bif&st 2014 al Petruzzelli di Bari. Radford ha un animo british, ma di fatto, a parte gli studi a Oxford, ha sempre vissuto fuori dall’Inghilterra. Nato a Nuova Delhi, ha vissuto ovunque ci fosse una storia da raccontare, ma la sua fortuna ha radici tutte italiane proprio come – racconta – gli predisse una zingara ai suoi tempi universitari.

Arriva in Italia per la regia de Il postino (1994), con il quale il Bif&st ha voluto ricordare il ventennale della scomparsa di Massimo Troisi. “Non era facile girare con Troisi – racconta - ma è stata un’esperienza che mi ha arricchito. Ricordo il momento in cui, demoralizzato di non comprendere la lingua e non sentirmi in grado di fare un film, non potendo renderne appieno la cultura, decisi di andare da lui e dirgli che mollavo. Si sorprese dispiaciuto e mi disse che il problema non era la lingua, importante era comprenderne l’umanità. Al resto avrebbero pensato gli altri. Era un comico, prima che un attore al 100%, ma ciò che rende perfetti i comici per il cinema è la consapevolezza dei tempi. Con Massimo era quasi sempre “buona la prima”. Era incontenibile nell’improvvisare, nonostante avessimo una sceneggiatura scritta impeccabile. Ma ai grandi non puoi non permetterglielo”.

Troisi Noiret
 

E parlando di grandi si scivola inevitabilmente sui grandi maestri del cinema del secolo scorso, testimoni di quell’umanità citata da Troisi: “Il cinema italiano è stato esemplare in tutto il mondo.  Ci ha insegnato che il piacere delle piccole cose riempie e costruisce il quotidiano della gente modesta, io ci provo e mi sforzo di riprenderlo in tutte le sfaccettature. Ho girato un film sulla guerra civile spagnola, ma non ho fatto un film politico. Ne sto preparando un altro ambientato sulla frontiera afgana, ma anche in questo caso mostro le storie delle persone. Credo che un soldato in guerra abbia l’unico scopo di sopravvivere e tornare a casa. Quando il cinema riesce a far vedere che l’altro, il diverso da noi, ha le stesse emozioni e sentimenti che abbiamo noi - pur appartenendo a una cultura diversa - allora il terrore e la paura svaniscono”.

Storie in cui Radford si immerge, indagando con delicatezza, come quella poi divenuta il biopic su Michel Petrucciani, Body & Soul (2011). “E’ stato un film di ricerca e di archivio, perché Petrucciani era già morto quando me lo proposero.  Mi sarebbe piaciuto conoscerlo e l’avrei seguito nelle sue azioni quotidiane, con le donne che ha affascinato e tradito, le persone che lo attorniavano e che trattava male. Era un essere umano la cui arte lo portava anche a soffrire molto fisicamente. La sua malattia genetica gli rendeva fragilissime le ossa e quelle delle dita gli si rompevano mentre suonava. Sì, mi sarebbe piaciuto trascorrere momenti con lui”.

troisi procida
 

Ma il filo doppio di Radford con l’Italia è legato anche a un altro suo film, “Il Mercante di Venezia”, girato a Vicenza e al Castello di Thiene, anche se attrarre l’interesse del pubblico in sala sono le curiosità sui protagonisti hollywoodiani: Al Pacino (Shylock) e Jeremy Irons (Antonio): “La grandezza della recitazione di Al Pacino è quella di innalzare il livello delle performance degli attori che recitano con lui. Se oggi siamo molto amici, e da me accetta che io gli dica qualsiasi cosa, è proprio perché durante quelle riprese avemmo molte accese discussioni. Una volta, dopo ‘ennesimo battibecco, lo raggiunsi nel suo camper e mi lanciò contro un bicchiere di caffè e un’arancia. Avevamo girato la famosa scena del processo e io sostenevo che avrebbe potuto renderla ancora più magistrale, mentre lui sosteneva che era perfetta così. Tornò sul set e ne fece un’altra. Fu grande. Si scatenò improvviso un applauso da parte di tutti e lui, fiero, guardandomi torvo: “Posso farla meglio”.

TROISI camera
 

Tiene a ribadire che l’essenza del cinema è il primo piano, per quella capacità di avvicinare l’animo di qualcuno, ma allo stesso tempo, con compita rassegnazione, avverte che il cinema sta morendo: i budget sono sempre inferiori e di conseguenza i tempi di realizzazione, che vengono concessi:  “spesso mentre si gira non si ha il tempo di pensare”.

Le sue sono parole di ammirazione per un’Italia che gli ha dato artisticamente tanto e per una Puglia che - perché no? - gli piacerebbe fosse un set del prossimo futuro. E a una domanda dal pubblico su politica, formule e potere precisa: “La vita non ha formule, ma la poesia può essere una valida alleata per decodificarla. A raccontarcelo è stato proprio Mario Ruoppolo, il postino Troisi: cercava o sognava, attraverso la poesia, una vita migliore, ma alla fine ha capito che la poesia è nel luogo dove vivi”.

A Radford è assegnato il premio Fellini for Cinematic Excellence e a chiudere la ricca settimana di Lezioni di cinema sarà l’affabulatore siciliano per eccellenza: il romanziere e regista Andrea Camilleri. Per l’occasione intervistato da Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, conduttore e autore televisivo, presente in concorso al Bif&st 2014 con la sua opera prima da regista: “La mafia uccide solo d’estate”.

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