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PugliaItalia
La 'diarchia' di Domenico Fisichella

di Antonio V. Gelormini

C'è il rischio di un ritorno del pericolo per le istituzioni, quale conseguenza delle loro stesse debolezze, ci riporta all'Italia del delicato periodo tra le due Guerre.  Come si configura il dualismo di Stato e partito? V’è stata la “fascistizzazione” dello Stato e della società civile? Quale ruolo ha svolto la Corona, e perché, nella fine del regime e nel capovolgimento dell’alleanza bellica? Perché e come il Re ha lasciato Roma? Quale lettura dare della Resistenza, e come si giunge alla Repubblica? Infine, quali sono oggi le condizioni della democrazia repubblicana?

Nel suo ultimo libro Dittatura e Monarchia. L’Italia tra le due Guerre (Carocci, 2014) Domenico Fisichella ripercorre l’intera storia italiana, partendo da quel particolare momento che va dall’ascesa al potere del Fascismo fino al referendum del 1946 e attuando un’analisi sotto il profilo sia internazionale sia della politica economica, sociale, ecclesiastica e militare del processo che ha condotto  alla transizione da un regime liberal-democratico ad uno a partito unico che sfocia nella Seconda Guerra Mondiale e nella sconfitta dell’Italia.

“In questo quadro che investe tutti gli aspetti del regime fascista e del sistema costituzionale del Regno d’Italia, - dichiara lo stesso autore - l’aspetto che finisce per investire anche l’Italia democratica e repubblicana è quello della crisi del sistema parlamentare, il quale non ha saputo reggere il confronto con l’attacco recato dal Fascismo. La forma parlamentare viene però reinserita nel sistema democratico dell’Italia Repubblicana e ormai da alcuni decenni mostra le sue crescenti difficoltà operative e funzionali, rendendo in questi ultimi anni più recenti assai difficile il superamento della sfida rappresentata dalla crisi economica che dal 2008 investe pesantemente l’Italia”.

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Affaritaliani.it ha posto alcune domande a Domenico Fisichella:

Senatore Fisichella, un libro per aiutare l’analisi storico-politica di una “diarchia”: Dittatura e Monarchia, che ha segnato le vicende dell’Italia tra le due Guerre. Una lettura articolata ed esaustiva, per la ricerca storica che c’è alla base, ma anche di-svelatrice di eventi politici che, in qualche modo, potrebbero riassumere per il Paese i contorni di un nuovo scenario, secondo i cliché di antichi copioni. La crisi parlamentare, che favorì le derive del ventennio, potrebbe tornare ad incombere dato l’espandersi di una disinvoltura nella governance, tipico di una sorta di crescente relativismo istituzionale?

È evidente che il quadro politico, interno e internazionale, è oggi diverso rispetto agli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. Ciò premesso, vi è un elemento ricorrente, ed è la crescente difficoltà operativa e simbolica del sistema parlamentare, reintrodotto dopo la caduta del Fascismo senza un adeguato esame dei limiti da esso storicamente mostrati, specie con l’introduzione del suffragio universale maschile, ma per certi aspetti già prima.

Quanto la “debolezza” di una monarchia, che in precedenza aveva avuto la forza di produrre lo Statuto Albertino e di favorire l’impronta liberal-democratica nella nascita di uno Stato moderno, abbia colpevolmente lasciato spazio alla dittatura fascista e quale peso giocò il corridoio pugliese nella fuga della famiglia reale, con l’approdo di Vittorio Emanuele III e del governo a Brindisi?

Le responsabilità della monarchia sono a mio avviso di gran lunga minori rispetto alle carenze, incongruenze, contraddizioni, estremismi della classe parlamentare e poi rispetto alle suggestioni rivoluzionarie dei partiti di sinistra che hanno alimentato la risposta del movimento fascista.

Lei è stato sempre contrario all’ipotesi d’introduzione del federalismo. Quali sono i rischi per l’Italia e in particolare per il Mezzogiorno?

Una cosa è il federalismo che mira ad aggregare: si pensi agli Stati Uniti, alla Svizzera, alla Germania. Altra cosa è il federalismo per disaggregazione, che si è voluto prospettare come soluzione artificiosa a taluni problemi reali (sovraccarico burocratico, eccesso fiscale, carenze di infrastrutture) che invece di essere risolti si sono aggravati proprio perché alimentati da uno pseudo-federalismo che ha posto in conflitto costante tutti i livelli della realtà sociale, istituzionale e territoriale della Nazione. E il Sud, più debole del Nord, ne è rimasto vittima, accentuando così le sue carenze.

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Contrario anche ai cosiddetti “cambiamenti non indispensabili” della Carta Costituzionale. Bene. Cosa ci dice del futuro del Senato? Davvero è così difficile immaginarne una declinazione che sia “sostenibile” con i contorni ancora poco definiti degli Stati moderni e nel contempo capace di conservare quelle funzioni di garanzia e di supremo patrimonio d’esperienza, che da sempre hanno segnato e accompagnato la lunga storia della civiltà mediterranea?

Non sono mai stato contrario alla logica della riforma. Ho proposto assai prima di tanti altri – lo testimoniano i miei libri e articoli di giornali – riforme importanti, dal sistema elettorale al Governo. Ma l’esperienza ha mostrato che costantemente le riforme adottate hanno peggiorato il quadro politico e anche sociale, dal sistema elettorale al titolo V della Costituzione. Vedremo cosa accadrà adesso. Quanto al Senato, non rifiuto aprioristicamente una divisione del lavoro rispetto all’altro ramo del Parlamento, ma non credo che il bicameralismo sia superato, anche come fattore di miglioramento della produzione legislativa. Più in generale, ricordo che negli Stati Uniti il Senato è il soggetto principale della politica estera, cioè della funzione più importante per una nazione che è grande potenza imperiale.

Ci regala una sua chiave di lettura della fibrillazione renziana?

Aspetto di leggere i risultati delle elezioni europee di fine maggio. Per ora, vedo una pentola in ebollizione, con molti capitoli aperti ma nessuno al punto e a capo.


All’incontro, in programma giovedì 3 aprile alle ore 18 nella cornice della Galleria del Primaticcio di Palazzo Firenze (P.zza Firenze, 27 – Roma), prenderà parte l’autore assieme al Segretario Generale della Società Dante Alighieri Alessandro Masi.

* * *

Domenico Fisichella, professore di Scienza della Politica, Dottrina dello Stato e Storia delle Dottrine Politiche nelle Università di Firenze, Roma “Sapienza” e LUISS, ha unito a una lunga carriera accademica un’ampia esperienza politica e istituzionale come ministro per i Beni culturali e ambientali, vicepresidente del Senato per dieci anni, membro della Commissione bicamerale per la riforma costituzionale. Medaglia d’oro ai Benemeriti della Cultura, della Scuola e dell’Arte, fa parte del Consiglio scientifico dell’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani. Editorialista per quasi un trentennio di importanti quotidiani, autore di numerosi volumi, suoi lavori sono tradotti in sei lingue.

(gelormini@affaritalani.it)

Tags:
fisichellamonarchiadittaturafascismoguerra
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