Fratelli d’Italia, l’Italia si è persa. Venti anni fa, la nazionale azzurra e il paese erano in festa: Campioni del Mondo. Oggi dopo la centrifuga di tre eliminazioni consecutive dal Mondiale, l’azzurro si è sbiadito. Quasi stinto. Tutti a guardare, per la terza volta consecutiva fra l’altro, gli altri giocarsi il titolo. Il calcio italiano, nella ricorrenza del quarto e sinora ultimo titolo Mondiale conquistato dagli azzurri, è a caccia di soluzioni per tornare grande. Fra queste, lo “Ius soli sportivo” ovvero la possibilità di far vestire la maglia dell’Italia a chi, per legge, ancora non è italiano. Una deroga, anzi, meglio, una “sussidiarietà sportiva” per restituire competitività al mondo del pallone.
Ius Soli sportivo: perché non si può applicare

Il concetto di “ius soli” sportivo, sostenuto dal presidente della FIGC Giovanni Malagò, risiede nella possibilità di aprire le porte della nazionale azzurra anche per un minore extra UE residente in Italia. Tema molto delicato, che da anni infiamma il dibattito politico. Il numero uno del calcio italiano non vuole entrare a gamba tesa in Piazza Montecitorio ma pone al centro del suo ragionamento il concetto di “sussidiarietà sportiva”. Tradotto: concedere la cittadinanza. L’idea però si scontra con le difficoltà oggettive di attuazione. La legge non ammette deroghe: allo status quo, chi sogna l’azzurro deve avere almeno un genitore o un nonno italiano mentre gli stranieri residenti in Italia, ma non cittadini italiani, non possono vestire la maglia della nazionale sino al compimento dei 18 anni di età.
La cittadinanza per meriti sportivi: dibattito aperto
La questione è delicata e il terreno scivoloso, al limite dell’impraticabilità. Lo Ius Soli sportivo è, ancora prima di nascere, destinato a far discutere. A partire dal concetto stesso di titolo di cittadino italiano. Tanti ragazzi sono nati e cresciuti nel nostro paese, studiano, sono perfettamente integrati nel tessuto sociale, tifano per le squadre italiane e per la nazionale, ma non basta. A meno che la riforma non abbia l’ok, con il rischio di aprire un dibattito sulla cittadinanza che non si può assegnare alla stregua di un premio se si concede a un centravanti di spessore prima che a uno studente modello. Il messaggio che passa è che alcuni cittadini sono più utili di altri. Una logica di opportunità, quindi, lontana dai principi di uguaglianza e che non può essere tirata in ballo solo perché l’Italia non riesce a qualificarsi ai mondiali.
La ricetta per tornare grandi: dialogo senza opportunismo

Dunque, o si apre un tavolo serio di concertazione con la politica o si rischia di infilarsi in un ginepraio. Il dibattito si lega anche al concetto di “serbatoio”. Francia, Spagna e Germania sono un esempio ius soli vincente, ma relativo anche alle scelte del singolo e di chi ha doppio passaporto. La soluzione va ricercata dunque altrove e, al netto dello ius soli calcistico, si deve ritrovare il piacere di giocare a calcio in libertà, in impianti sicuri e seguiti da istruttori qualificati. Oggi i campetti sono vuoti, le scuole calcio incidono e non poco su un bilancio familiare e il calcio giovanile ha parecchie zone grigie. Non è un problema di sangue, ma di una classe dirigente che non ha saputo trovare, sinora, una soluzione. 20 anni fa l’Italia era Campione del Mondo: forse è il caso che la ricorrenza sia un momento di riflessione più che di nostalgia.

