di Patrizio J. Macci
Negli Anni Cinquanta un collega invidioso del suo successo, dell’impegno sul set cinematografico che non gli lasciava neanche il tempo di respirare insinuò la voce diffamatoria che il suo cognome fosse un soprannome acquisito durante il lavoro per una inguaribile forma di parsimonia nella gestione delle proprie ricchezze, in sintesi che fosse “tirchio”.
Ogni volta che qualcuno gli proponeva un nuovo film si raccontava che lui esclamasse: “Quanti sordi me date?”. Nacque così la leggenda di un Alberto Sordi estremamente attaccato al denaro, che non si sarebbe mai sposato per non spendere soldi. Mai calunnia fu più gratuita. Basta guardare attentamente le sue pellicole per vedere gli attori che si affacciano in particine microscopiche, spesso personaggi inventati semplicemente per farli lavorare. Lo ha raccontato l’attore Gobbi, Ricciotto sullo schermo. “Una volta mi chiamò a Cinecittà per una puntata di un trasmissione televisiva nei primi anni novanta. Arrivo e vedo una fila che si snoda per decine di metri. In fondo c’era il camerino di Sordi. Erano tutte persone che avevano lavorato con lui negli anni e volevano salutarlo. Sembrava una processione per ricevere la benedizione”.
Ora che anche la sua ultima parente prossima, la quasi centenaria sorella Aurelia è morta la vicenda potrebbe scivolare nella trama di una delle pellicole recitate dal mitico Albertone, “Arrivano i dollari”. Un succulento anticipo giudiziario c’è stato con l’eredità di Alberto passata di diritto alla sorella, alla quale pare che alcuni collaboratori familiari attingessero in maniera cospicua senza averne diritto. I soggetti interessati hanno parlato di donazioni volontarie, il tribunale ha stabilito che la “signorina Sordi” aveva seri problemi a distinguere il valore reale del denaro. Dieci persone sono state accusate di averla raggirata e denunciate. Ora tutto torna in ballo. Eredi diretti in vita non ce ne sono più.
Si parla di lontani cugini e nipoti pronti a battagliare per la splendia villa con teatro e cinema privato che domina l’area di Caracalla, insieme a un patrimonio di oltre venti milioni di euro accumulato dall’attore in vita. Una quindicina di persone affamate e rampanti che sicuramente impugneranno il testamento di Aurelia in favore della Fondazione intitolata al fratello. I figli di alcuni vecchi romani la ricordano insegnante di Catechismo. Una donna generosa raramente apparsa in tv che ha dedicato la vita esclusivamente alla sua carriera. Forse è l’ultimo film del quale Alberto ha voluto scrivere il soggetto di proprio pugno. Lui “dall’altra parte dello schermo” vede tutto e giudica: riusciranno i nostri eroi ad acchiappare qualche euro della sua eredità? Alberto gli risponderebbe con una battuta tratta dal suo film: “Magna ‘e cocce de noci”.
