Una storia d’amore che non accetta compromessi, capace di attraversare il desiderio, la perdita e la vendetta fino a spingersi oltre il confine della vita. È questa la forza di Cime tempestose, il celebre romanzo di Emily Brontë, che torna a teatro in una nuova rilettura con Giulio Corso e Federica De Benedittis nei ruoli di Heathcliff e Catherine. Lo spettacolo sarà in scena dal 20 al 25 ottobre alla Sala Umberto di Roma, con l’adattamento di Gianni Clementi e la regia di Francesco Bellomo e Carmine De Amicis. Sul palcoscenico, il rapporto tra i due protagonisti viene raccontato nella sua natura più inquieta: un sentimento assoluto, incapace di trovare equilibrio, che si alimenta di assenze, ritorni, desiderio e risentimento. Heathcliff e Catherine sono legati da un amore che non riesce a trasformarsi in una relazione compiuta e che, proprio per questo, finisce per assumere i contorni di una dipendenza reciproca.

L’allestimento sceglie di entrare nella dimensione più oscura del romanzo, trasformando la brughiera di Emily Brontë in uno spazio dell’anima. Non soltanto un paesaggio, dunque, ma il luogo nel quale prendono forma le emozioni dei personaggi: il vento, le ombre, i silenzi e gli spazi sospesi diventano parte integrante del racconto e restituiscono una dimensione visionaria alla vicenda. Il loro legame può essere letto anche con uno sguardo contemporaneo. Quello che oggi definiremmo un rapporto disfunzionale, nel mondo di Brontë diventa una passione assoluta, incapace di accettare la separazione. I due si cercano e si respingono, si attraggono e si feriscono, fino a trasformare l’amore in una forza distruttiva. La scena diventa così il luogo in cui ciò che i personaggi non riescono a esprimere trova forma attraverso immagini, movimenti, musica e silenzi. Ridurre Cime tempestose alla storia di una relazione malata sarebbe limitante. Nel cuore della vicenda rimane una delle rappresentazioni più radicali dell’amore mai consegnate alla letteratura: un sentimento che rifiuta il tempo, le convenzioni e persino la morte. È proprio la sua natura contraddittoria a rendere ancora attuale la storia di Heathcliff e Catherine.
Il cast e la squadra creativa
Accanto a Giulio Corso e Federica De Benedittis, in scena Jun Ichikawa, Gabriele Giusti, Shaen Barletta e Massimiliano Vado. L’idea del progetto è di Ylenia Manfredi. Le scene sono firmate da Carlo De Marino, i costumi da Teresa Acone, le coreografie da Carmine De Amicis e le musiche da Vincenzo Di Bella. Il disegno luci è di Umile Vainieri, mentre Alfonso Elefante è assistente alla regia. La regia è affidata a Francesco Bellomo e Carmine De Amicis.

La nostra intervista
Al centro della vicenda c’è Heathcliff, uno dei personaggi più tormentati e controversi della letteratura, un uomo segnato dall’abbandono, dalla passione e dal desiderio di rivalsa. A confrontarsi con questa figura complessa è Giulio Corso, protagonista dell’adattamento teatrale dell’opera. Un ruolo che richiede di attraversare una gamma di sentimenti estremi e di restituire al pubblico un uomo nel quale convivono fragilità e violenza, amore e ossessione, bisogno di appartenenza e desiderio di vendetta. Per Corso, misurarsi con un classico significa accettare una sfida con se stesso. Non cercare di cancellare le interpretazioni che lo hanno preceduto, ma trovare una propria verità scenica, fino a quel momento in cui l’attore lascia spazio al personaggio. Heathcliff diventa così anche un’occasione per interrogarsi sulle proprie fragilità e, più in generale, sulla natura contraddittoria dell’essere umano.

Giulio, perché Cime tempestose continua a parlare con tanta forza al pubblico contemporaneo?
È proprio questa la grandezza dei classici: non invecchiano. Con il passare del tempo acquistano nuova forza, perché ogni generazione riesce a trovare al loro interno qualcosa che sente vicino, urgente, necessario. Il dramma dei personaggi di Cime tempestose è universale. Può toccare anche chi non ha mai conosciuto una passione così radicale, perché l’amore, in tutte le sue forme, appartiene alla nostra natura. È qualcosa che ciascuno porta dentro di sé.
Heathcliff è un personaggio difficile da decifrare, sospeso tra vittima e carnefice. Da quale prospettiva ha scelto di affrontarlo?
Ho lavorato soprattutto sulla sua natura ambivalente. Nella parabola del personaggio convivono continuamente un prima e un dopo. All’inizio è un trovatello, poi diventa un figlio adottivo; è il fratello di Catherine e, in seguito, la sua anima gemella. È profondamente legato alla natura, ma finisce per trasformarsi in un uomo capace di una ferocia estrema. Credo che questi opposti convivano, in forme diverse, dentro ciascuno di noi. A un certo punto, però, uno dei due prende il sopravvento e finisce per dominare l’altro. In Heathcliff questo passaggio avviene con la violenza di una tempesta, capace di travolgere tutto ciò che incontra sul proprio cammino.
Il legame con Catherine è fatto di amore, ossessione e sofferenza. Quanto può riconoscersi il pubblico di oggi in una relazione così estrema?
Penso che lo spettatore possa ritrovare in questa storia una parte di sé, magari quella che, normalmente, tiene nascosta. Emily Brontë non ha conosciuto le gioie dell’amore né, probabilmente, le passioni vissute dai suoi personaggi. Eppure ci ha consegnato un ritratto dei sentimenti umani talmente ricco che sembra quasi impossibile sia stato scritto da qualcuno che non le abbia mai vissute.
Ti sei confrontato anche con le numerose interpretazioni di Heathcliff che ti hanno preceduto. Hai sentito il peso di questo confronto?
Tutto è già stato fatto. Ed è proprio per questo che amo misurarmi con i classici e con i personaggi creati dai grandi autori: hanno una complessità tale da costringerti continuamente a cercare di essere all’altezza dell’opera. La sfida più importante, però, non è superare chi mi ha preceduto. È mettere alla prova me stesso e capire fino a dove posso spingermi. Devo riuscire a far sparire Giulio e vedere finalmente Heathcliff. Voglio arrivare a quel momento di oblio in cui posso guardare il mondo attraverso i suoi occhi.
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