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Epatite A, il virus torna a correre a Roma: sotto accusa frutti di mare e alimenti contaminati. Come comportarsi

Tra i principali fattori di rischio figurano molluschi contaminati e trasmissione interpersonale. Igiene, corretta cottura degli alimenti e vaccinazione sono le armi fondamentali per prevenire l’infezione.

Epatite A, il virus torna a correre a Roma: sotto accusa frutti di mare e alimenti contaminati. Come comportarsi

Crescono i contagi nella Capitale e nel Lazio. Dalle cozze crude ai rapporti interpersonali, ecco come si trasmette l’infezione, quali sintomi riconoscere e perché la prevenzione diventa fondamentale.

Il nemico è invisibile, ma può nascondersi anche in un invitante piatto di frutti di mare. L’epatite A torna a far parlare di sé a Roma e nel Lazio, dove l’incremento delle infezioni ha acceso l’attenzione delle autorità sanitarie. Una malattia che sembrava appartenere soprattutto ai racconti delle vecchie emergenze alimentari e che invece ricorda quanto basti poco per mettere in difficoltà il nostro fegato.

I numeri dell’Istituto Superiore di Sanità raccontano una tendenza nazionale inequivocabile: 631 casi nel 2025 contro i 443 dell’anno precedente. Nel Lazio, già nei primi mesi del 2026, erano state segnalate 120 infezioni, una cinquantina delle quali a Roma.

Cozze, vongole e quel rischio che arriva a tavola

Il principale indiziato è il consumo di molluschi crudi o insufficientemente cotti, soprattutto quando provengono da acque contaminate. Ma il virus HAV può viaggiare anche attraverso alimenti manipolati senza adeguate precauzioni igieniche, acqua contaminata e contatti interpersonali, compresi alcuni rapporti sessuali.

Non è dunque soltanto una questione gastronomica. L’epatite A si trasmette per via oro-fecale, spesso attraverso passaggi che sfuggono completamente alla percezione del consumatore. E il fatto che un alimento appaia freschissimo non costituisce alcuna garanzia.

I sintomi e la difesa più efficace

Febbre, nausea, stanchezza intensa, dolori addominali e perdita dell’appetito possono rappresentare i primi campanelli d’allarme. Nei casi più riconoscibili compare l’ittero, con pelle e occhi che assumono una colorazione giallastra. I sintomi possono manifestarsi anche diverse settimane dopo il contagio. La prevenzione comincia dalle abitudini quotidiane, soprattutto a tavola. Lavarsi accuratamente le mani con acqua e sapone, dopo aver utilizzato il bagno e prima di preparare o consumare alimenti, è la prima regola. Attenzione ai frutti di mare: cozze, vongole e altri molluschi devono essere consumati soltanto dopo un’adeguata cottura, perché limone, aceto e congelamento non garantiscono l’eliminazione del virus. Fondamentale anche lavare frutta e verdura con acqua potabile, evitare acqua e alimenti di provenienza incerta e rispettare le norme igieniche in cucina. Il virus può trasmettersi anche attraverso contatti sessuali che comportano esposizione oro-fecale.

La protezione più efficace resta la vaccinazione, raccomandata alle persone maggiormente esposte e da valutare tempestivamente, con il medico o la ASL, anche dopo un contatto a rischio. Perché, quando si parla di epatite A, la prudenza è decisamente preferibile a una lunga convalescenza.

Esiste inoltre un vaccino efficace, particolarmente importante per le categorie a rischio e per chi è entrato in contatto con persone infette. La parola d’ordine, insomma, non è allarmismo ma prudenza. Perché certe brutte sorprese, a tavola, non arrivano necessariamente con il conto.