Pep Guardiola ha detto no. Non sarà l’allenatore della nazionale. L’idea, come ampiamente prevedibile, si è trasformato nel classico sogno di mezza estate, svanito di fronte alla realtà delle pretese del tecnico: 20 milioni di euro di ingaggio è una cifra spropositata anche per il miglior allenatore del mondo. La giostra, dunque, ricomincia: con (più di) qualche interrogativo.
Trattativa arenatasi fra contraddizioni e due di picche

La trattativa si è arenata dopo essersi incagliata sul tema economico. Secondo le indiscrezioni, l’allenatore spagnolo, fra l’altro chiamato e non interessato alla nazionale azzurra, ha preteso un ingaggio vicino ai 20 milioni di euro. Richiesta coerente con il profilo di chi ha rivoluzionato metodologia e concetti applicati al calcio. Meno allineata all’iniziale budget della FIGC: se uno stipendio di sei milioni di euro per Antonio Conte è considerato eccessivo, stride l’idea di pagare più di tre volte tanto Guardiola che, fra l’altro, non ha mai manifestato il suo interesse. È stata la Federazione ad averlo cercato, incassando il più classico dei due di picche che lede la già stropicciata e sbiadita immagine dell’azzurro.
20 milioni per un “no” da un allenatore, ma serve un selezionatore
Il no di Guardiola, al netto del danno di immagine per la neonata dirigenza FIGC, invita anche a una riflessione più ampia sulla confusione che regna intorno ai vertici del calcio. L’Italia arriva da tre mancate qualificazioni consecutive ai Mondiali e ha la necessità di ricostruire un gruppo competitivo. Con queste premesse l’idea di affidarsi, strapagandolo, a uno straordinario allenatore, è già di partenza un errore. La Nazionale non è un club e Guardiola non ha alcuna esperienza come selezionatore. La vicenda lascia in eredità anche il paradosso: il velleitario tentativo di portare a Casa Italia Guardiola si è trasformato in un clamoroso autogol e qualsiasi altro allenatore siederà sulla panchina azzurra, dopo questo teatrino, sarà considerato un ripiego.
Maldini, adesso il piano B: Andrea Pirlo

Sfumata la pista Guardiola, il casting si riduce all’unico protagonista rimasto in nomination: Andrea Pirlo è il nuovo ct della nazionale. Scelta che lascia in eredità la sensazione che il progetto tecnico sia più nelle mani di Paolo Maldini che in quelle di Giovanni Malagò. Fosse per il presidente FIGC, sussurrano i bene informati, la nazionale avrebbe già il suo CT senza il pellegrinaggio in Spagna: chi entra papa ed esce cardinale dalla vicenda è Roberto Mancini. In Nazionale, dunque Andrea Pirlo, rappresentazione plastica di un progetto giovane che rispecchia in toto la strategia maldiniana, ovvero rifondazione e rivoluzione generazionale. Scelta quanto mai rischiosa: la nazionale è di tutto il calcio italiano e non può né deve piegarsi al manifesto dirigenziale del singolo. Anche se si chiama Paolo Maldini.

