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Job – Missione lavoro, Gabriella Carlucci e Adriana Volpe: “Il lavoro si racconta attraverso le persone” – INTERVISTA DOPPIA

Il racconto doppio delle conduttrici del nuovo programma di Rai 2, in onda dal 10 ottobre ogni sabato alle 10.15: storie reali, aziende e opportunità concrete per chi cerca un impiego

Job – Missione lavoro, Gabriella Carlucci e Adriana Volpe: “Il lavoro si racconta attraverso le persone” – INTERVISTA DOPPIA

Il lavoro come opportunità di cambiamento, strumento di crescita personale e possibilità concreta di costruire il proprio futuro. È questa la prospettiva al centro di Job – Missione Lavoro, il nuovo programma di Rai 2 che ha debuttato sabato 10 ottobre e va in onda ogni settimana alle 10.15. Alla conduzione, Gabriella Carlucci, che torna in televisione dopo sedici anni, e Adriana Volpe, insieme in un format itinerante che attraversa l’Italia per raccontare il mondo dell’occupazione attraverso esperienze autentiche e incontri diretti. Non un talent show, né un reality tradizionale, ma un progetto che mette in relazione chi cerca lavoro e chi lo offre. Protagonisti sono candidati e aziende reali, chiamati a confrontarsi attraverso colloqui e prove pratiche, con l’obiettivo di favorire un’assunzione o avviare un percorso formativo propedeutico all’inserimento professionale.

La nostra intervista

Il programma accende i riflettori sulle competenze, sulla formazione e sulla capacità di rimettersi in gioco, mostrando anche le opportunità messe a disposizione dalle istituzioni, i finanziamenti e gli strumenti a sostegno dell’occupazione e delle nuove imprese. Un racconto che restituisce centralità alle persone e alle loro aspirazioni, affrontando un tema decisivo per il futuro del Paese. In questa intervista doppia, Gabriella Carlucci e Adriana Volpe raccontano la sfida di Job – Missione Lavoro, il valore del servizio pubblico e l’importanza di dare visibilità a chi cerca una possibilità per ripartire.

Gabriella, sedici anni lontana dalla televisione sono tanti. Al suo ritorno, che cosa ha trovato profondamente cambiato e che cosa, invece, è rimasto sorprendentemente uguale?

G: È cambiato soprattutto il linguaggio. Sedici anni fa la televisione era verticale, oggi è orizzontale, si confonde con i social, con il frammento. Tutto è più veloce, più nervoso. Quello che è rimasto uguale è lo sguardo delle persone quando accendi la telecamera in una piazza. Quel bisogno di essere ascoltati, di raccontarsi, è rimasto identico. Forse più forte di prima.

Adriana, con quale atteggiamento affronta questa nuova sfida?

A: Il 2026 è stato un anno ricco di opportunità professionali, dal Grande Fratello a Job – Missione Lavoro, il nuovo programma di Rai 2 condotto al fianco di Gabriella Carlucci. In onda il sabato alle 10.10, il format unisce intrattenimento e servizio pubblico, favorendo l’incontro tra aziende alla ricerca di personale e candidati in cerca di occupazione. La sfida è rendere accessibile un tema centrale per il Paese attraverso un linguaggio diretto e informazioni concrete, costruendo un appuntamento capace di conquistare la fiducia del pubblico. La soddisfazione più grande sarebbe trasformare il confronto televisivo in opportunità reali di lavoro per i candidati e in una risorsa per le imprese.

Job – Missione lavoro, Gabriella Carlucci e Adriana Volpe: “Il lavoro si racconta attraverso le persone” – INTERVISTA DOPPIA
Gabriella Carlucci e Adriana Volpe, protagoniste di Job – Missione Lavoro, il nuovo programma di Rai 2 dedicato alle opportunità professionali, all’incontro tra candidati e aziende e alle nuove prospettive del mercato del lavoro

Qui non si vince un premio: in gioco c’è un lavoro vero. Quanto cambia la responsabilità di chi conduce?

G: Cambia tutto. Non stai conducendo un gioco, stai accompagnando un destino. Non puoi permetterti il cinismo, la battuta facile. Quando un ragazzo ti dice “se non mi prendono torno a casa dei miei e ho fallito”, tu non sei più una conduttrice. Sei un ponte. E senti il peso di quella responsabilità. Questo non è un talent. Ci sono persone non eliminati.

A: Conduco Job – Missione Lavoro con un forte senso di responsabilità, perché in questo programma non si vince un premio, un viaggio o una somma in gettoni d’oro: in gioco c’è la possibilità di ottenere un contratto e dare avvio a un nuovo percorso professionale. Nelle nostre puntate incontriamo candidati di generazioni ed esperienze diverse. Ci sono giovani che hanno appena concluso gli studi e desiderano mettere a frutto le competenze acquisite, ma anche persone che scelgono di cambiare direzione, affrontando con coraggio una nuova fase della propria vita. Altri arrivano da esperienze difficili, come la perdita del lavoro, e si ritrovano a dover ripartire a cinquant’anni, quando rientrare nel mercato occupazionale può diventare più complicato. Le aspirazioni sono differenti: c’è chi cerca un contratto a tempo indeterminato e chi desidera una collaborazione capace di arricchire il proprio percorso e ampliare le prospettive professionali. Ogni storia porta con sé aspettative, sacrifici e, in alcuni casi, fragilità che meritano ascolto.

Attraversando l’Italia e incontrando direttamente candidati e imprese, quale distanza ha scoperto tra il mercato del lavoro reale e quello che abitualmente raccontiamo?

G: Noi descriviamo il lavoro per stereotipi spesso falsi: giovani sfaticati, aziende cattive, Sud fermo, Nord che corre. Girando l’Italia ho trovato tutt’altro. Ho conosciuto imprenditori del Nord che mi dicevano “ho le commesse ma non trovo saldatori” e ragazzi di Palermo che mi dicevano “so saldare ma qui nessuno mi assume regolare”. Non è una questione di pigrizia o di cattiveria, è che manca l’incrocio tra domanda e offerta. Il lavoro reale è molto più complesso e umano di come raccontano nei talk.

A: Lagrande difficoltà per le imprese è reperire personale qualificato, soprattutto, nei mestieri artigianali e nelle professioni che richiedono competenze tecniche e manualità. Emerge la necessità di investire nella formazione e di avvicinarla alle esigenze del mercato. Sta cambiando anche il rapporto tra aziende e candidati: se un tempo erano questi ultimi a sentirsi dire “Le faremo sapere”, oggi sono gli imprenditori ad attendere una risposta, anche di fronte a richieste di flessibilità sugli orari o sui giorni lavorativi. È un aspetto ancora poco raccontato del mondo del lavoro: non mancano soltanto le opportunità occupazionali, ma anche le figure specializzate necessarie alle imprese per crescere

Ai giovani viene spesso rimproverato di non voler più fare sacrifici; loro rispondono parlando di precarietà, stipendi bassi e scarse prospettive. 

G: È falso pensare che le ragazze e i ragazzi di oggi non abbiano spirito di adattamento. Chi lo sostiene, probabilmente, non ascolta davvero le nuove generazioni. I giovani che ho incontrato non hanno paura del sacrificio: temono quello inutile, privo di prospettive e di riconoscimento. Lavorare dieci ore in nero per 600 euro al mese è umiliazione. I ragazzi vogliono imparare, crescere, avere accanto qualcuno che sappia trasmettere competenze ed esperienza. Quando trovano un’azienda disposta a investire su di loro, sono pronti a mettersi in gioco, a fare straordinari e a lasciarsi coinvolgere con passione. Il problema, dunque, non è la mancanza di volontà, ma la credibilità delle opportunità che vengono loro offerte.

A: Ai giovani hanno investito anni nello studio e sono pronti a mettersi alla prova, purché le loro competenze vengano riconosciute e adeguatamente retribuite. È difficile accettare che un ricercatore universitario percepisca uno stipendio di 1.500 euro, così come accade che stage e primi impieghi non offrano compensi proporzionati alla preparazione richiesta. Questa consapevolezza non è un segno di scarsa volontà, ma di maturità: i giovani chiedono che il proprio percorso formativo e le professionalità acquisite abbiano il giusto valore.

Job – Missione lavoro, Gabriella Carlucci e Adriana Volpe: “Il lavoro si racconta attraverso le persone” – INTERVISTA DOPPIA
Gabriella Carlucci e Adriana Volpe insieme alla presentazione di Job – Missione Lavoro

Le aziende dichiarano di non trovare alcune professionalità, mentre molti giovani faticano a trovare un’occupazione. È un problema di formazione, di orientamento o esiste ormai una distanza più profonda tra le imprese e i lavoratori?

G: Sono tutte e tre le cose, ma soprattutto la terza. La formazione è rimasta indietro di dieci anni rispetto all’azienda. L’orientamento a scuola è quasi inesistente. Ma la distanza più profonda è culturale: le imprese cercano ancora solo competenza tecnica, i ragazzi chiedono anche senso, dignità, tempo di vita. Non è capriccio. È una nuova idea di lavoro che le imprese non hanno ancora capito. Chi l’ha capita, i giovani li trova.

A: Per colmare questa distanza è necessario investire nella formazione professionale, creando percorsi in linea con le esigenze delle aziende e offrendo ai ragazzi competenze concrete e spendibili.

Nel programma emerge anche la disponibilità a spostarsi per trovare un impiego. Questa mobilità denuncia un fallimento delle opportunità locali?

G: La mobilità per scelta è un’opportunità di crescita; quella dettata dalla necessità rischia di trasformarsi in una forma di esilio. Se un ragazzo decide di trasferirsi da Lecce a Milano per mettersi alla prova, acquisire nuove competenze e costruire il proprio futuro, è giusto sostenerlo: è una libera scelta, espressione di autonomia e ambizione. Ma se è costretto a partire perché nel suo territorio non trova alternative al lavoro stagionale sottopagato o al lavoro nero, allora non siamo di fronte a un progetto di vita, ma a una carenza di opportunità locali. È una questione che chiama in causa anche la responsabilità della politica e la capacità dei territori di offrire prospettive concrete alle nuove generazioni. Job – Missione Lavoro affronta questa realtà senza ipocrisie, dando voce a chi cerca un futuro professionale: perché partire deve essere una possibilità, non l’unica forma di coraggio rimasta.

A: Le opportunità professionali non sono distribuite in modo uniforme sul territorio e, in molti casi, per trovare lavoro è necessario spostarsi anche fuori dalla propria regione. Per ridurre questo divario esistono incentivi a sostegno dell’occupazione e dell’imprenditoria, ma ritengo fondamentale valorizzare anche i corsi di formazione, molti dei quali gratuiti. Acquisire nuove competenze significa rispondere alle richieste di un mercato sempre più esigente e aumentare le proprie possibilità di trovare lavoro o sviluppare un’attività imprenditoriale

Job – Missione Lavoro rivendica una funzione di servizio. La televisione pubblica può ancora incidere concretamente sulla realtà oppure il suo compito oggi è soprattutto quello di raccontarla bene?

G: Se sai raccontare le storie nel modo giusto, puoi lasciare il segno. La Rai conserva un potere unico: entra nelle case degli italiani, raggiunge luoghi e comunità in cui spesso nessun altro arriva, soprattutto nei piccoli centri. Se, nel corso di una puntata, riusciamo a far assumere tre persone, abbiamo già realizzato un servizio pubblico concreto, forse più efficace di mille dibattiti. Non dobbiamo avere paura di tornare a essere utili, oltre che capaci di intrattenere. La televisione pubblica ha una responsabilità precisa: non limitarsi a raccontare la realtà, ma avvicinarsi alle persone, comprenderne i bisogni e contribuire a offrire risposte. Perché la Rai non è Netflix: la sua missione è anche quella di sporcarsi le mani con la realtà, trasformando le storie in opportunità concrete.

A: Pur essendo un branded content, Job – Missione Lavoro ha una forte vocazione di servizio pubblico. La sfida, condivisa con Gabriella Carlucci, è riportare l’attenzione su una fascia oraria complessa, affrontando temi delicati come l’occupazione con serietà e senso di responsabilità. Abbiamo dimostrato carattere, coraggio e una grande capacità di lavorare in sinergia. È un progetto al femminile che si fonda sulla collaborazione, sulla generosità e sulla volontà di offrire un contributo concreto ai telespettatori. Questa visione era già alla base di Cerchiamo te – Missione Lavoro, il progetto che ha anticipato l’attuale programma. Oggi, grazie alla collaborazione con il Ministero del Lavoro, l’INAIL e l’INPS, possiamo ampliare il nostro ruolo informativo, offrendo al pubblico indicazioni utili e contenuti legati al mondo del lavoro

Dopo aver ascoltato tante storie, c’è un luogo comune sul lavoro, sui giovani o sulle aziende italiane che lei oggi non ripeterebbe più?

G: Non direi mai più che “i giovani non hanno voglia di lavorare”. È una delle frasi più superficiali e comode che si possano pronunciare. Allo stesso modo, non liquiderei le difficoltà delle aziende sostenendo che non assumono perché mancano di volontà o sensibilità. Ho incontrato imprenditori in lacrime perché non riuscivano a trovare personale, schiacciati dal senso di colpa nei confronti dei dipendenti storici, costretti a farsi carico di responsabilità sempre maggiori. La verità è che siamo tutti più stanchi e più fragili di quanto lasciamo trasparire, soprattutto davanti alle telecamere. Per questo credo che oggi il lavoro non sia soltanto una questione economica o professionale: è, prima di tutto, una questione di umanità, di ascolto e di rispetto reciproco.

A: La realtà è diversa: oggi le nuove generazioni studiano a lungo, conoscono le proprie competenze e chiedono che vengano riconosciute con condizioni contrattuali e retribuzioni adeguate al percorso formativo. Basti pensare alla professione infermieristica, per la quale oggi è necessaria una laurea. L’attenzione dovrebbe concentrarsi anche sugli istituti professionali, sempre meno scelti dai ragazzi, ma capaci di offrire competenze specialistiche e concrete opportunità occupazionali. Valorizzare questi percorsi significa favorire l’ingresso nel mercato del lavoro e costruire prospettive di autonomia e stabilità economica

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