I funerali di Enrico Berlinguer a Roma, il 13 giugno 1984 trent’anni dopo quelli di Palmiro Togliatti del 1954. Il passaggio del testimone era avvenuto con cadenza trentennale. Il fulmine del male aveva ghermito a Padova “il più amato” quarantotto ore prima, durante un comizio; dopo aver pronunciato le parole “Compagni, lavorate tutti”. Poi si era addormentato per sempre in un letto d’ospedale, il giorno dopo. Il Presidente Pertini, si trovava anche lui in Città per una visita di Stato, lo aveva raggiunto in ospedale e atteso il fischio dei tempi supplementari – come si fa per un parente o un vecchio amico- in una stanzetta annessa al capezzale. La sua foto con le mani tese sul feretro chiuso del compagno di una vita, racconta di un uomo smarrito che accoglie il dolore di un Paese scioccato. In quella bara insieme a Berlinguer c’è il corpo dello Stato: Aldo Moro ucciso dal furore proletario nel bagagliaio della Renault 4 che funerali pubblici non ne aveva voluti, l’Italia miracolosamente uscita dalla “notte della Repubblica” per piombare negli scenari cupi e nebbiosi della Loggia Massonica P2, i passeggeri della stazione di Bologna del 2 Agosto 1980 che non sono più riusciti a trovare pace. Un pugno di fotografie e filmati è tutto quello che resta di quell’evento. Anche la sede di Botteghe Oscure non esiste più da anni.
I leader del Partito di quegli anni sono stati spodestati o superati dal fiume degli eventi, travolti da se stessi. Più di un milione di persone mute al passaggio lo accompagnarono dalla sede del Partito fino al catino di Piazza San Giovanni. Al suo arrivo un ruggito silenzioso di dolore fiero aveva riempito l’aria. La folla dopo aver invaso ogni spazio disponibile, aveva allungato i suoi tentacoli nelle strade adiacenti arrivando a oscurare i palazzi. Per un giorno i volti degli uomini sono stati la rappresentazione del Paese. Le facce di trent’anni prima, quelle che Pasolini aveva inserito in “Uccellacci e uccellini” rubando dalle immagini del funerale del “migliore” erano scomparse. Non c’erano più gli operai in tuta da lavoro, le facce contadine con la loro espressività, le rare donne vestite a lutto. C’era solo una marea umana, che salutava con il pugno chiuso l’uomo nel quale si riconosceva, quello che in un’intervista tre anni prima aveva scolpito una frase che i politici avrebbero dovuto iscrivere nel loro codice genetico: “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientele”. La questione morale era aperta anzi spalancata, l’allarme era stato lanciato là dove ci fossero state orecchie scaltre. Per questo motivo, quelli che hanno partecipato a quella giornata, rivedendola in televisione, piangono e sono scosse dal brivido che il tempo trascorso fino ad oggi sia andato irrimediabilmente perso, che qualcuno abbia derubato o sottratto qualcosa in maniera furba alla trama civile dell’Italia. La sensazione di aver perso per sempre un libro preziosissimo del quale si conosce la trama, i personaggi e i capitoli, ma del quale non è stato letto l’originale ma solo un Bignami raffazzonato che qualcuno ha apparecchiato per tre decenni.
Patrizio J. Macci
