Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Roma » Il fanta Campidoglio e la libido delle Unioni

Il fanta Campidoglio e la libido delle Unioni

Quando il triangolo si chiude, allora sì che sono dolori. Uno schiaffo ai poteri forti della città con la vicenda surreale della fatturona da pagare per la metro C ancora in alto mare; poi l’assessore al bilancio che mette nero su bianco l’illegittimità degli atti della Giunta che ha inventato l’escamotage per pagare, quindi il Vicariato di Roma che affida al sito d’informazione la dichiarazione di guerra. Ci sono sono tutti gli elementi affinché Ignazio Marino possa preparare le valige e lasciare il Campidoglio a meno di un miracolo.
Diciamoci la verità, senza eresie, ipocrisie e false credenze. Dato per scontato che questo Paese prima o poi dovrà modernizzarsi e accettare l’idea che coppie pari sesso possano trovare giusta cittadinanza, il salto in avanti del Campidoglio altro non è che una cambiale elettorale. Giusto pagarla, soprattutto se a firmarla è stato colui che ha vinto le elezioni (con la minoranza dei romani al voto, ndr) ma sarebbe anche giusto costruire una gerarchia di priorità per la città e collocare il dibattito sulle coppie un “po’ disordinate” nell’elenco delle cose di cui discutere.
Invece non è così. Nel giorno in cui la Camera di Commercio pubblica i dati sul quadrimestre e prevede altri licenziamenti e chiusure di aziende; mentre gli operai della più grande opera pubblica d’Italia (la Metro C) sfilando in corte e sfidano i sindacati, il primo cittadino della città si occupa di seminare il vangelo delle unioni civile, mentre un pezzo della politica che lo sostiene si agita al pensiero che gli studenti del Mamiani debbano far firmare le giustificazioni da genitori numerati. Salvo poi scoprire che la delicatezza della preside è cosa vecchia e che non frega a nessuno.
Ora che Ignazio Marino sia politico debole è quasi consacrato; che a Roma esista una lobby cattolica è altrettanto vero, e che la lotta atavica tra il bene e il male si sostanzi con l’eterna contrapposizione con la lobby gay-lesbo in città lo sanno tutti. Sino ad oggi la tenzone si era consumata con la tolleranza. Tacevano i primi per i vari Pride e i secondi sottacevano l’esigenza di uno stato Laico nella città sede del Cattolicesimo. Poi è arrivato super Bergoglio e sono stai tutti zitti per un po’. Ora è di nuovo guerra aperta, con gli “unionisti civili” convinti che se cade Roma, cadrà l’Italia ed è per questo che hanno spinto sull’acceleratore.
Solo che in mezzo agli uni e gli altri c’è Roma che non se la sente più di fare la stupida. E così alle 8 del mattino del 15 novembre le truppe si sono armate. E’ bene che il sindaco sappia che i fan “degli anti” si sono stancati e hanno dato mandato per staccare la spina a Roma.
Nelle ingegnerie cattoliche, che hanno sommato il sindaco “leggero e spensierato” all’immobilismo economico e alle emergenze non più rinviabili, c’è il progetto di farlo “andare lungo” sul bilancio e affidare la città al commissario. Sul calendario di chi scrive compare la data del 15 novembre: ci sono 15 giorni di tempo per far saltare l’approvazione del bilancio e sperare in un election day per Roma e l’Europa. In questo silenzio la differenza la potrà fare solo il Pd e scegliere se salvare il sindaco e scrivergli una nuova Agenda Roma, oppure chiudere un’esperienza e rischiare. Perché è anche il Pd che mal digerisce le priorità di Marino. Attenzione: non è un racconto di fantascienza.

Fabio Carosi