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Il Pd gioca in difesa. É tempo di cambiare

La bella e meritata vittoria di Zingaretti è davvero una boccata d’ossigeno. La destra ha pagato i danni incalcolabili prodotti dalla Polverini e dalla sua bulimia di potere che l’ha portata fino all’ultimo minuto a decidere nomine scadenti e clientelari. Ma mi pare anche che l’ondata dei grillini sia stata assorbita dal candidato di centrosinistra apparso credibile e innovativo.
Questa nota lieta purtroppo non cancella certo la drammaticità del terremoto che ha sconvolto la politica italiana. Avremo tempo di analizzare in profondità cosa è accaduto. Anche le debolezze di una campagna elettorale del Pd troppo difensiva, chiusa a difendere un vantaggio acquisito.
Tuttavia il dato è lampante: perdiamo circa l’8% dei voti rispetto al 2008. A Roma ne perdiamo il 13%. Con l’aggravante che allora Berlusconi era sulla cresta dell’onda dopo le difficoltà del governo Prodi, mentre oggi le sue truppe disorientate e sparpagliate sembravano in rotta. Se si va alla sostanza, si può dire questo: le difficoltà della destra e la fine del ciclo dominante del Cavaliere, non si sono trasformati in una fiducia verso la sinistra e la nostra proposta politica.
Già nei primi commenti si sollevano quesiti giusti e da approfondire. Il nostro rapporto con Monti. Un certo appiattimento frontista dopo l’ariosità delle primarie. L’opacità della comunicazione. La mancanza di una speranza nel nostro linguaggio e nelle nostre proposte. L’incapacità, prima del voto, di cambiare la legge elettorale di intervenire sui costi della politica e sulla semplificazione istituzionale. Considerazioni vere e sagge, su cui discutere. Tuttavia continua ad esserci un grande tema assente: che cosa siamo diventati realmente, nella nostra costituzione materiale, noi. Il Pd. E se quello che siamo, piace o no ai cittadini, ai giovani, ai lavoratori. Ecco, questo mi pare il compito che ci aspetta: prendere di petto con coraggio e schiettezza la realtà di un Paese dove non è esplosa l’antipolitica; ma nel quale, al contrario, la politica che è ben radicata nell’animo di tanti, non si può o non vuole esprimersi nei canali tradizionali dei partiti, compreso il nostro. Abbiamo parlato di partito con la “P” maiuscola. Ma c’è davvero un partito? Ci sono numerosi e meravigliosi militanti. Ma il cosiddetto Partito mi pare ad un tempo soffocante ed evanescente. Presente nel potere ed assente nella società. Il Partito non è un fine. È uno strumento. E chi davvero vuole dare dignità e forza a questo strumento, deve ragionare su cosa è più utile ed efficace oggi per comprendere, interpretare e portare alla lotta le persone che vogliono cambiare la società e non su come meglio autoglorificare una identità astratta, che mal nasconde il tentativo di autoconservazione dei ceti politici.
Ho parlato più volte della necessità di un unico campo largo del centrosinistra; di spazzare via correnti, sottocorrenti, cordate di potere, per dare responsabilità e possibilità di decisione agli elettori e agli iscritti. Occorre un enorme processo di civilizzazione della politica e di politicizzazione della società civile, attraverso forme di democrazia diretta. A Grillo si risponde così. Non con l’assalto dei gruppi dirigenti alle poltrone istituzionali del Parlamento e della Regione, che svuotano le federazioni in campagna elettorale, producendo il paradosso che il comico Grillo riempie le piazze (come facevamo un tempo noi) mentre noi ci chiudiamo nelle sale di qualche teatro.
Le mosse dei prossimi giorni saranno difficili. Speriamo di indovinarle e mi pare che Bersani abbia indicato i passi giusti. Ma tutto sarà effimero, se non cambiamo noi. Non solo o tanto la nostra politica. Ma il nostro modo di essere, la nostra presenza nella società e poi il modo di selezionare i gruppi dirigenti e gli eletti, la cultura e il tono generale che si respira nelle nostre fila, dove l’interesse ‘pubblico’ della politica stenta, a favore di quello ‘privato’ troppo concentrato su carriere, personalismi e divisioni o alleanze interne.

Goffredo Bettini