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L’ANALISI di Lucio D’Ubaldo: “Guai a sciogliere il Comune, gli effetti sarebbero devastanti”

di Lucio D’Ubaldo

Lo scioglimento dell’ente locale per mafia non è un provvedimento che possa scaturire solo da un gesto di comprensibile e giusta reazione morale, senza una valutazione attenta e scrupolosa degli esiti a cui porterebbe una simile decisione. Comunque la procedura di scioglimento è più complessa di quanto si creda, giacché implica l’accertamento in via preliminare da parte del Prefetto della sussistenza di reati gravi ascrivibili al fenomeno mafioso. È necessario, alla luce delle disposizioni normative vigenti, che una Commissione appositamente nominata dallo stesso prefetto proceda alla puntuale e organica verifica degli atti amministrativi. Alla fine della ricognizione sarà suo compito presentare una relazione al Prefetto affinché, entro i successivi 45 giorni, sia questi ad inoltrarne una sua al Ministro dell’Interno, previo parere del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, eventualmente integrato con la presenza del procuratore della repubblica competente per territorio.
È facile prevedere che una simile procedura amministrativa – la sola che possa legittimare la richiesta di scioglimento per mafia – implicherebbe il blocco per diversi mesi o forse per un anno intero dell’attività del Comune. Quindi, invece di inseguire l’obiettivo di una rapida bonifica del marciume che provvidenzialmente l’inchiesta ha portato allo scoperto, si andrebbe incontro alla sostanziale paralisi della vita amministrativa. È quanto di peggio possa accadere in un tempo di prolungata crisi economica.
Infine, l’indagine amministrativa potrebbe scivolare di mano e dare vita a un pericoloso contrasto ove, ad esempio, accertasse l’esistenza di contaminazioni malavitose, ma non classificabili a prima vista nel “teorema Pignatone” per il quale, con audacia creativa, si arriva a stabilire il profilo criminale di una nuova fattispecie di mafia: “originaria e originale”, come appunto qualificata dal Procuratore Capo in conferenza stampa.
È bene guardare all’alternativa. Certamente il ripudio dell’ipotesi commissariale e del conseguente ricorso a possibili elezioni anticipate evoca la necessità di nuove regole e nuove prospettive di governo. Roma e il Lazio non possono rimanere fermi. Più in generale, non può rimanere ferma l’Italia. Programma, classe dirigente e alleanze sono le colonne di un disegno politico all’altezza di questa sfida. Vanno compiuti tanti passi giusti nella direzione attesa dai cittadini.
Marino poteva essere travolto, al contrario si è salvato dal terremoto giudiziario. Anche Zingaretti ha fatto la sua parte alzando la bandiera della dignità istituzionale e politica. Anche alla Pisana può crollare tutto all’improvviso. Non conosciamo i potenziali sviluppi dell’inchiesta, ma sicuramente cadranno altre teste. In ogni caso, posto che le urne rimangano fuori dall’orizzonte capitolino, ci si attende una dimostrazione di forte capacità innovativa nei metodi e nei contenuti. Renzi ha voluto affidare a Matteo Orfini il compito di rimettere in moto, dopo questo spaventoso tracollo, la macchina del partito. Sta di fatto che il giovane presidente dell’Assemblea nazionale Pd è nel medesimo tempo il portabandiera della continuità e della discontinuità. Nel passato, quando sono maturate passo dopo passo le gravi distorsioni messe all’indice dall’ordinanza della Procura, la sua voce non si è levata a proclamare l’esigenza della rottura di equilibri e pratiche di potere insopportabili. Non c’è traccia nella sua biografia politica di battaglie condotte all’insegna della contestazione del consociativismo e della spartizione di posti nel sub-poter capitolino. Adesso, anche per lui, è il momento della verità: quale strada intende imboccare?
Bisogna ridare ossigeno al sentimento di fiducia e di amore nei confronti delle istituzioni, della rappresentanza elettiva, dell’impegno politico. Non basta contrastare la deriva elettoralistica, semplicemente vissuta come eccitazione e autocompiacimento. Da oggi inizia una fase completamente nuova in cui Roma è obbligata a sperimentare la convergenza virtuosa, senza pasticci di ruoli, tra forze di maggioranza e forze responsabili di opposizione democratica. È urgente sgomberare il terreno dalle macerie e dai detriti per ricostruire l’edificio della democrazia locale: in questo modo, fedeli a una comune istanza di rinascita, tutti coloro che hanno a cuore le sorti di Roma potranno fornire il loro autonomo contributo politico.
Il sindaco gioca l’ultima carta. Le circostanze non lo autorizzano più a propagandare l’isolamento come cifra del suo personalissimo stile di governo. Può riscattare se stesso se aiuta a riscattare la città, se prova a inventare un nuovo schema, se apre spazi al dialogo e alla collaborazione oltre gli steccati di una presuntuosa coalizione di potere. È tempo di mettersi al servizio di una causa nobile, oltremodo necessaria ed urgente, che nel pensiero cristiano si chiama semplicemente “bene comune”. Questa emergenza fa appello alla dedizione, al coraggio e alla intelligenza di una nuova leva di politici e amministratori locali.