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La malattia è la maledizione dei ricchi. “Stavo soffrendo, mi hai interrotto”

LA RECENSIONE. La presa in giro come strumenti di resistemza alla noia urbana… soprattutto dei quartieri “bene” di Roma, nel nuovo romanzo urbano di Maurizio Sbordoni. Da leggere

di Patrizio J. Macci

“Essere ricchi in determinati momenti della vita non serve a nulla”. Questa potrebbe essere la chiave del romanzo di Maurizio Sbordoni. Per essere fiscali l’ultima parola che l’autore usa quando formula questa considerazione nella sua opera “Stavo soffrendo ma mi hai interrotto” San Paolo Edizioni non è propriamente questa, è molto più prosaica. Un termine aderente alla brutale realtà della quotidianità, abusato nell’intercalare del linguaggio quotidiano, sopratutto nella Capitale dove il romanzo si svolge per la stragrande maggioranza degli eventi narrati.
Precisamente nella Roma Bene dei quartieri a nord, dove nascono i figli dell’alta borghesia e dove l’immaginario popolare sogna domestici che si aggirano in abitazioni con soggiorni che hanno come minimo due diverse porte di ingresso, oppure mentre si muovono leggiadri sulle note di musica da camera spolverando con strofinacci ricavati da polo di marca (mai usate). Un ambiente che l’autore corrode lentamente e inesorabilmente con il suo umorismo, usando la sua ironia e a tratti con divertita ferocia senza però mai sfociare nel cinismo. Per chi lo ha masticato il modello di riferimento è quello di Alan Bennet.
Con questo romanzo Maurizio Sbordoni ha confezionato una sorta di “Livella” in prosa, dove si afferma prepotente l’uso della “presa in giro” come strumento di resistenza umana alla noia e alla prevedibilità dell’esistenza. La scoperta della malattia della madre, insieme alle affezioni fisiche che perseguitano il narratore (il libro è autobiografico e scritto in prima persona) consegnano il ritratto di un ipocondriaco, con alcuni felicissimi spunti narrativi degni del migliore Svevo della Coscienza di Zeno.
Muovere i propri passi all’interno della rappresentazione familiare di Sbordoni, significa incontrare una nonna irresistibile e immarcescibile che usa il “melaceto” come una panacea per curare ogni malanno della vecchiaia, un padre “homo faber” impegnato a costruire con malta e cemento e a far soldi per tutti, tagliente in arguzia come una lama d’acciaio. Nel finale dove le carte in tavola vengono ribaltate completamente, c’è il trionfo della vita ma in una forma che neanche il lettore più smaliziato può immaginare. Lo scrittore è salvo, il lettore solo se sceglie di arrivare all’ultima riga, raggiungendo la certezza che altro lo attende.